24 Feb Intervista a Alessandro e Mariana de La Argentina Azienda Agricola (parte 1)
Intervista di Francesca Pietrobon
A meno di un’ora di strada da Roma, immersa nel verde a nord della capitale, si trova l’azienda agricola La Argentina, un esempio virtuoso di allevamento rigenerativo che affonda le sue radici in storia affascinante. Questa storia inizia in Spagna, prosegue in Argentina e trova la sua realizzazione in Italia, grazie all’incontro tra Mariana Donnola e Alessandro Grilli.

Mariana, ingegnere zootecnico con una profonda esperienza nell’allevamento al pascolo ereditata dalla sua famiglia di allevatori argentini, e Alessandro, con una formazione in economia, ingegneria gestionale e comunicazione, condividono una visione comune: vedere un numero sempre maggiore di aziende scegliere di adottare sistemi di allevamento etici e rispettosi dell’ambiente e che sempre più persone ne comprendano l’importanza e richiedano alimenti prodotti secondo queste linee guida.
Il loro percorso si incrocia nel 2006 in Spagna e, dopo un periodo trascorso in Argentina dedicandosi all’allevamento e all’agriturismo, rientrano in Italia. Nel 2014, partecipano e vincono il bando “Terre ai giovani” della Regione Lazio, ottenendo nel 2016 un terreno di 70 ettari a nord di Roma. Con impegno e dedizione, nel 2019 vedono arrivare le loro prime vacche Aberdeen Angus, seguite da galline ovaiole, polli e pecore.
L’azienda agricola La Argentina adotta il Pascolo Razionale Voisin, una tecnica di allevamento ideata Pinheiro Machado a partire degli studi di Marcel Voisin (1903-1964) e portata avanti con competenza da Mariana, considerata una delle massime esperte del settore in Italia. Questo metodo innovativo si basa sulla gestione della mandria come elemento chiave per l’equilibrio dell’ecosistema pascolativo. La loro esperienza li ha portati a divulgare questa tecnica in tutta Italia, attraverso conferenze e progetti operativi. I sistemi rigenerativi che adottano si distinguono per il rispetto dell’ambiente, degli animali e dell’uomo, con l’obiettivo di ripristinare un equilibrio naturale. L’azienda, inoltre, non fa uso di fonti energetiche fossili, utilizzando esclusivamente energia fotovoltaica, con un saldo negativo in termini di Carbon Foot Print.
Un sincero ringraziamento a Mariana e Alessandro per il tempo che mi state dedicando e per la vostra disponibilità a condividere con i nostri lettori la vostra preziosa esperienza e conoscenza. Cominciamo!
La vostra azienda prende il nome dall’Argentina, un paese che ha profondamente influenzato la vostra storia personale e professionale. So che la scelta di questo nome non è stata casuale: potete raccontarci come la storia recente del Sud America, con le sue sfide agroalimentari, ha ispirato il vostro percorso e vi ha portati ad adottare il Pascolo Razionale Voisin?
Il nome La Argentina è stata in effetti una scelta a coronamento di un percorso di vita prima e professionale poi.
Decidiamo di chiamare così l’azienda perché ci avrebbe ricordato da dove è iniziato tutto, la nostra casa nella Pampa argentina con i suoi paesaggi e gli animali liberi al pascolo.
Quando vivevamo in Argentina, così come in tutto il Sud America, abbiamo assistito personalmente al boom delle coltivazioni di Soia transgenica che Monsanto proponeva come panacea di tutti i problemi economici e produttivi degli agricoltori.
Il sistema (Semplificando chiaramente) era tanto banale quanto redditizio. Bastavano infatti due soli prodotti: un seme transgenico e un diserbante molto potente. Il primo era la soia selezionata per poter resistere al diserbante e il secondo era un diserbante chiamato glifosato in grado di eliminare qualsiasi altra pianta non produttiva o infestante.
Erano gli anni in cui la Cina in particolar modo, con il suo miliardo di persone e una ricchezza crescente, chiedeva a gran voce cibo e sempre più carne. La soia, come il mais, erano alla base dell’alimentazione degli animali negli allevamenti intensivi per cui la domanda schizzò alle stelle, i prezzi anche e di conseguenza nessun agricoltore volle farsi scappare l’occasione.
Molte di quelle terre che un tempo erano pascoli per gli animali, divennero ben presto campi agricoli per la produzione di soia e mais . Il sistema sembrava far contenti tutti: le multinazionali fecero soldi a palate, ma anche i produttori (E tutto l’indotto) si arricchirono o almeno poterono godere di qualche anno di bonanza dopo diversi anni di depressione del comparto.
Dobbiamo ricordare che fuori dall’Europa, l’agricoltura non è finanziata e sostenuta con soldi pubblici per cui è il mercato a dettare legge.
Ad ogni modo ogni soluzione ha sempre i suoi pro e i suoi contro: senza entrare qui nel merito della salubrità per l’uomo di un alimento transgenico, da un punto di vista produttivo, ben presto si iniziarono a vedere i limiti e i danni che questo sistema arrecava: le piante impararono presto a resistere al glifosato per cui serviva sempre più diserbante per distruggerle, lo stesso per gli insetti infestanti che si rafforzavano e richiedevano dosi sempre più massicce di insetticidi, il terreno dopo anni di colture intensive iniziava ad essere sempre meno produttivo, iniziava a girare voce che il glifosato potesse avere degli effetti diretti e gravi sulla salute dell’uomo e la profittabilità di questo sistema di produzione si riduceva ogni anno.
Insomma man mano che la redditività di quel sistema diminuiva, era sempre più difficile non accorgersi dei limiti e dei rischi che rappresentava.
In questo scenario il Pascolo Razionale Voisin non era una novità, ma inizia a prendere forza proprio per la sua capacità di rigenerare i terreni. In fondo se un agricoltore perde il suo capitale principale, la terra, che cosa gli rimane? Diventava sempre più evidente a molti che la soluzione non poteva essere insistere con un sistema che ogni anno funzionava meno, ma era necessario iniziare a porre rimedio ai danni fatti.
Mariana aveva visto con i propri occhi nell’azienda di famiglia, i danni che questo sistema stava arrecando dopo gli indiscussi benefici iniziali. E come in tutte le aziende di famiglia, erano tante le discussioni tra generazioni di produttori, ma si sa il processo del cambiamento è lento.
Coltivando i propri interessi verso i sistemi di pascolo e in particolar modo verso quelli rigenerativi diventa così allieva dell’illustre Prof. Carlos Pinheiro Machado, docente universitario brasiliano e massimo esperto mondiale del sistema di pascolo razionale Voisin.
E’ con lui che inizia a formarsi ancora di più nella tecnica e a comprendere quanto in salita sarebbe stato il cammino per rieducare i produttori verso un metodo di produzione che come obiettivo aveva il dialogo con la natura e non la volontà di piegarla ai propri interessi economici.
E questa è forse la più grande dote di Mariana: non demoralizzarsi per le imprese impossibili, ma lavorare incessantemente per la realizzazione dei propri sogni.
Così non solo diventa a sua volta esperta della tecnica, ma sbarcati in Italia per questioni familiari, inizia a proporla e divulgarla qui da noi già nel 2011 scontrandosi con le reticenze di un sistema che conosceva poco, in una lingua e cultura non proprie fino a comprendere che per poterci riuscire doveva dare l’esempio: doveva creare un modello virtuoso, una prova concreta di quello che raccontava.
E’ così che nasce l’azienda agricola La Argentina ed è per questo che per noi ogni occasione è buona, per provare a far capire a produttori e consumatori, che un modo diverso di fare le cose esiste e funziona.
Compresa questa intervista per la quale siamo grati a Paleo Advisor.
Quali benefici specifici offre il Pascolo Razionale rispetto ad un “normale” pascolo brado?
Forse la prima cosa da dire è che è sempre un bene che gli animali pascolino. Poi sì sì può fare una distinzione tra metodologie di pascolo e evidenziare i benefici di una rispetto all’altra.
Questa premessa è utile per capire un paradosso nel quale oggi ci troviamo: usiamo trattori (e gasolio) per seminare erbai, ne usiamo per raccogliere l’erba e trasformarla in balloni di fieno, ne usiamo per portare da mangiare agli animali che nel frattempo abbiamo chiuso in stalle, li usiamo ancora per portare fuori il letame che si accumula nelle stesse e infine per spargerlo sui terreni per fertilizzarli per il prossimo raccolto.
Non sempre è possibile va detto, non vogliamo banalizzare, ma quando lo è, non sarebbe più semplice far fare tutto questo lavoro (O almeno in parte) agli erbivori lasciandoli pascolare?
Gli erbivori hanno la capacità unica in natura, di trasformare un elemento per noi non utile, l’erba, in alimento di alto valore nutrizionale. Trasformano l’erba in carne e sono parte integrante di un ciclo naturale in cui la presenza degli erbivori prima e dei carnivori poi è una componente essenziale per preservare, rigenerare e mantenere in equilibrio quell’ecosistema.
Gli erbivori sono la chiave della rigenerazione quindi, ma devono poter “operare” come dovrebbe essere in natura, senza alterazioni dovute all’antropizzazione. Proviamo a spiegarci meglio: gli erbivori in natura sono animali naturalmente predati. Altri animali se ne nutrono in un delicato ecosistema in equilibrio.
In quanto animali predati, gli erbivori pascolano in grandi mandrie e si spostano costantemente alla ricerca di nuovi pascoli. Se avete visto un qualsiasi documentario sulla fauna africana, avrete certamente notato le grandi mandrie di bufali che si spostano insieme e cercano di difendersi dagli attacchi dei predatori.
In natura gli erbivori sono quindi animali timorosi e sanno che quando chinano il capo è il momento in cui sono più vulnerabili. Si sbrigano a mangiare: ingeriscono tutto quello che è a portata di muso senza selezionare.
Ecco questa è la differenza tra pascolo brado e razionale: nel pascolo brado estensivo i nostri erbivori che hanno perso la paura atavica verso i predatori (Pensate alle vacche paciose in alpeggio) hanno la facoltà di scegliere le essenze (Tipi di foraggio) che più apprezzano: perchè più buone e più nutrienti semplicemente ignorando quello che non amano.
Il risultato di questo sistema è che quelle piante che vengono mangiate di più nel tempo spariranno e quelle mangiate di meno prolifereranno dando luogo quindi ad uno squilibrio ecologico del quale gli stessi erbivori (E i produttori con loro) poi soffriranno.
Ecco nel pascolo razionale si cerca di porre rimedio a questo problema appunto con l’ingegno: possiamo recuperare la voracità (Quindi la non selettività) negli erbivori inducendo in loro la paura per la concorrenza.

Così nei circa 70 ettari che compongono l’azienda agricola La Argentina, creiamo piccole parcelle nelle quali un grande numero di animali entrerà per poco tempo (1 o 2 giorni): gli animali percepiscono la scarsa estensione e il sovraffollamento quindi si sbrigano a mangiare tutto quello che possono. Non selezionano più e infatti l’efficienza di pascolo passa dal 30% del pascolo estensivo normale al 90% di quello razionale.
Una volta finito di pascolare nella parcella, non vi ritorneranno prima di mesi così da permettere a tutte le deiezioni (Feci e urina) di essere assorbite dal terreno, di concimarlo e contribuire alla sua biodiversità.
Questo processo, ripetuto stagione dopo stagione, anno dopo anno innesca un circolo virtuoso che fa sì che lì, dove fino al nostro arrivo non esistevano bovini al pascolo, oggi ci sia una mandria sana e produttiva. Che lì dove i terreni erano oramai erosi e aridi, oggi ci siano pascoli verdi e rigogliosi che producono fino a 6 volte quello che producevano prima del nostro arrivo.. Che lì dove c’era un terreno non produttivo, oggi sorga un’azienda che muove l’economia, dà lavoro e contribuisce al ripristino di un ecosistema che si stava perdendo.
Esistono limiti o sfide nell’applicazione di questo metodo? Richiede necessariamente ampi spazi, oppure è adattabile a diverse tipologie di terreni e allevamenti?
Per poter fare questo tipo di allevamento c’è necessità chiaramente di un terreno. Molte aziende zootecniche non ne hanno o non ne hanno a sufficienza per il numero di animali che allevano, ma l’importante è iniziare.
Il principale limite è in realtà nello scetticismo. Non ci si fida oppure non si vuol cambiare perchè si è sempre fatto in altro modo.
Ecco questo SEMPRE ci fa un po’ sorridere perché quello che non ci stanchiamo mai di ripetere è che con il pascolo razionale NON si è scoperto nulla.
Non è una invenzione, ma solo l’organizzazione in modo ingegneristico e su base scientifica, di un sapere che in realtà era proprio dei nostri nonni.
Il nostro caro vicino Livio, pastore di pecore da generazioni, disse giustamente quando gli spiegammo come lavoriamo: “Ma quella è l’arte di pascolare! Così facevano i miei nonni!”.
Eh sì, quindi NON si è sempre fatto così, ma sarebbe più corretto dire che da un paio di generazioni abbiamo scelto di fare diversamente. Se ce lo ricordassimo come produttori, forse saremmo più disposti a provare.
E’ un processo lungo e noi siamo fiduciosi che pian piano riusciremo, d’altronde da quando iniziammo quasi quindici anni fa, ne sono stati fatti tanti di passi avanti.
Abbiamo realizzato molti progetti di pascolo razionale voisin (PRV) in Italia per altre aziende e ne abbiamo tanti sui quali stiamo lavorando in questo momento: dalle Alpi al caldo del sud Italia. Il progetto più piccolo è stato a Gemona del Friuli su un campo di 1 ettaro e mezzo.
Quindi l’estensione non è di per sè un ostacolo per iniziare.
Quello che è certo è che non c’è un progetto uguale all’altro. I principi fondamentali sono sempre gli stessi, ma proprio perché in questo modo di lavorare, il produttore deve dialogare con la natura non si può pensare che quello che funziona per uno funzioni bene per tutti.
Lo stesso Prof. Machado ci diceva sempre: fate rete! parlatevi e confrontatevi tra produttori perché dovrete aiutarvi per capire insieme come fare.
Anche questo è il bello del pascolo razionale: nella riscoperta del dialogo con la natura, si riscopre anche la bellezza e la ricchezza delle relazioni umane.
Ci cerchiamo, ci riconosciamo e ci aiutiamo: facciamo il nostro lavoro in questo modo perché ci appassiona ed è bello sapere di non essere soli, ma di essere ogni anno un po’ di più.
Se questo accade è anche grazie a quei clienti che ci incoraggiano ed apprezzano quello che facciamo.
Per cui grazie anche a chi dopo aver letto questo articolo, inizierà a pensare con noi che un modo diverso di fare le cose è possibile. Un consumatore informato, è un consumatore che può scegliere consapevolmente. E quanto più i consumatori sapranno, tanto più grande sarà la pretesa che i produttori cambino il modo di produrre.
In che modo gli animali contribuiscono alla “rigenerazione” del suolo? È possibile fare “rigenerazione” senza l’impiego diretto di animali?
Parlare di rigenerazione significa andare oltre il concetto di sostenibilità. Essere sostenibili vuol dire produrre senza danneggiare ulteriormente la situazione, l’ambiente, il suolo o l’economia.
Lo scenario nel quale operiamo è però molto degradato dopo tanti anni di sovrasfruttamento delle risorse naturali durante i quali si è progressivamente fatto uso di dosi sempre più massicce di diserbanti, fertilizzanti, insetticidi.
A questo si aggiunga la lavorazione del suolo in profondità con l’aratro che in molte zone d’Italia continua ad essere la norma quando in realtà è un metodo di lavoro abbondantemente superato da tecniche più conservative come la semina su sodo.
Se la situazione è quindi fortemente degradata, l’obiettivo di non rovinarla ulteriormente non può essere sufficiente. E’ come dire che i danni sono stati fatti e il nostro impegno per noi stessi e per le generazioni future è quello di non farne troppi altri.
E’ necessario invertire il trend e lavorare sfruttando tecnologie e intelletto per ripristinare uno stato di benessere andato perduto.
Per questo si parla di rigenerazione: ovvero di tutte quelle tecniche che mirano a rigenerare il suolo e dalla cui rigenerazione dipenderà quella della flora, della fauna e più in generale degli ecosistemi ai livelli pre industriali.
Diciamo pure che la natura è saggia e ci riuscirebbe comunque senza l’intervento dell’uomo. I tempi sarebbero però quelli geologici quindi molto lunghi e forse superiori alle aspettative di vita dell’umanità se non cambiamo il modo di produrre.
Quello che noi possiamo fare è velocizzare questo processo gestendo appunto razionalmente le risorse naturali: di qui il dialogo con la natura.
Per rigenerare il suolo l’elemento chiave sono gli erbivori per tutta una serie di fattori, alcuni un po’ tecnici, ma sintetizzando e semplificando potremmo elencarli come segue:
- Quando si nutrono in modo vorace, quindi senza selezionare come spiegato più sopra, funzionano un po’ come dei tosaerba: portano tutto il cotico erboso alla stessa altezza quindi nella fase di ricaccio (Quando la pianta fa ricrescere le foglie per intenderci) il sole arriva a tutte le piante in modo uguale. Non ci sono piante alte che fanno ombra a quelle più piccole. Quindi tutta la superficie diventa produttiva.
- Quanta più erba in superficie viene prodotta, quante più radici ci saranno nel sottosuolo. Queste svolgono una funzione fondamentale per decompattare il terreno. Quando poi moriranno lasceranno spazi vuoti che insieme a quelli creati da funghi e insetti contribuiranno a riportare il suolo al suo stato naturale di spugna: in grado quindi di assorbire l’acqua, di trattenerla a lungo ed ospitare la vita.
- Le deiezioni abbondanti, quindi l’urina e le feci, in una zona dove gli animali non torneranno prima di mesi, potranno essere assorbite, da un suolo sano e poroso e arricchirlo per contribuire ulteriormente ad una maggior produzione qualitativa e quantitativa di foraggio. Inoltre gli erbivori, che hanno più stomaci proprio per poter digerire le piante, hanno all’interno del proprio rumine una ricca e diversificata flora batterica che è molto molto simile a quella di un suolo sano. Potremmo quindi intendere la cacca degli erbivori come un fermento di vita, oltre che di sostanze nutrienti, per il suolo: una specie di inoculo che fa ripartire la vita in un suolo che nel tempo è diventato sempre più sterile e inerte.
- Nella saliva degli erbivori è presente un enzima che stimola il ricaccio delle piante: praticamente una pianta brucata crescerà di più di una sfalciata meccanicamente.
Quindi più usiamo gli animali più la produzione aumenta.
Chiaramente questi effetti non si possono ottenere senza gli erbivori.
Con le galline (Animali monogastrici come noi) per esempio, possiamo concimare il suolo, ma la rigenerazione, avrete capito non sarà la stessa.
Alle stesso modo senza animali, la rigenerazione sarà ancora più lenta. Non impossibile, ma ci vorrà molto più tempo per vederne gli effetti.
Potremmo concludere dicendo che per rigenerare un ambiente sono necessari tutti gli elementi che popolerebbero naturalmente quell’ambiente: insetti, erbivori, carnivori, piante, funghi, microrganismi, acqua sole e via dicendo.

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