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COVID19: un intervento nutrizionale può ridurne diffusione e complicanze » Paleomedicina Ungheria

Coronavirus, dieta e sistema immunitario

Possibilità di ridurre la diffusione del virus SARS-CoV-2 e aumentare la naturale resistenza alla malattia tramite intervento nutrizionale (traduzione italiana dall’originale “Possibilities of reducing the spread of the SARS-CoV-2 virus and increasing natural resistance to the disease via nutritional intervention“)

Lo scopo di questo documento è di contribuire all’efficacia della lotta contro l’attuale epidemia di SARS-CoV-2 e ridurre rapidamente il numero di complicanze fatali. I fatti scientifici che proponiamo sono noti da molto tempo; anche se sono stati confermati da ricerche recenti, non sono stati ancora stabiliti nei protocolli clinici.

Naturalmente, riguarda la diffusione e il decorso delle malattie infettive. Non siamo infettivologi, ma il nostro campo di competenza specialistico è da 10 anni la scienza nutrizionale e l’intervento nutrizionale.

Sulla base della letteratura internazionale e dell’esperienza clinica sosteniamo che ci sono alcuni semplici accorgimenti che possono essere applicati rapidamente ed efficacemente nella vita di tutti i giorni per rallentare la diffusione del virus SARS-CoV-2 e per ridurre drasticamente la gravità delle complicanze.

È noto da tempo che un aumento dell’assunzione di carboidrati aumenta il rischio di malattie infettive. È noto da tempo che un aumento dell’assunzione di carboidrati aumenta i bisogni vitaminici del corpo. Questa è una conoscenza medica consolidata; è riportato in libri di testo di biochimica e fisiologia scritti diversi decenni fa.

Le diete attuali, tuttavia, sono principalmente a base di carboidrati o ricche di carboidrati, il che è risultato di tendenze culturali e dei consigli dietetici tradizionali. Sfortunatamente, questo non è affatto favorevole alla corrente situazione di crisi epidemiologica.

Lo sviluppo di patologie croniche legate all’età negli anziani aggrava ulteriormente le conseguenze di una dieta insufficiente, a base di carboidrati. La situazione è aggravata dal fatto che la dietetica ha sempre fatto raccomandazioni basate su principi errati e non esistono specifiche raccomandazioni mediche.

La realtà di questa situazione è difficile da riconoscere perché l’assistenza sanitaria pubblica non ha esperienza medica specifica nel confrontare le diverse abitudini alimentari, questo compito è delegato agli esperti di dietetica; tuttavia, la dietetica non ha un vero riscontro clinico.

In questa situazione critica e allarmante, vorremmo attirare l’attenzione sul fatto che modificare la propria dieta può causare drastici cambiamenti nel corso dell’epidemia di COVID-19 sia in positivo che in negativo. Ciò spiega in parte la differenza significativa nei tassi di mortalità tra paesi e culture diverse.

Il consumo di carboidrati contribuisce significativamente alla replicazione virale e aumenta il bisogno di vitamine per il corpo. Questi due soli fatti noti influenzano in modo significativo lo sviluppo e decorso della malattia. Un’ampia assunzione di carboidrati può persino interferire con la funzione fisiologica del sistema immunitario, riducendo così in modo significativo la capacità di difesa del corpo.

Ciò è dovuto a noti fenomeni scientifici. La vitamina C e la vitamina D sono due elementi chiave per il funzionamento fisiologico del sistema immunitario. Il rifornimento del corpo umano di queste vitamine determina in che misura l’infezione colpisce il corpo e l’emergere di complicazioni.

Tutti gli studi fino ad oggi hanno confermato che i livelli di queste vitamine sono significativamente bassi in caso di malattie infettive e condizioni mediche croniche, il che peggiora gravemente le possibilità di recupero dei pazienti e comporta ulteriori rischi per la salute. Questo è ciò che rende gli anziani fascia d’età più vulnerabile.

Tuttavia, molti studi hanno anche dimostrato che l’assunzione aggiuntiva di queste vitamine attraverso gli integratori risulta inefficace e non influisce sulla morbilità o sulla mortalità.

Questi fenomeni fisiologici e immunologici possono essere ricondotti ai seguenti fattori:

VITAMINA C E ANTAGONISMO CON IL GLUCOSIO

Per quanto riguarda la vitamina C, esiste il cosiddetto antagonismo del glucosio-ascorbato dovuto alla somiglianza di struttura delle molecole della vitamina C e del glucosio. Anche se il plasma sanguigno contiene molta vitamina C, non può entrare efficacemente nelle cellule se è inibita dal concomitante presenza di glucosio, che è un antagonista competitivo.

Come risultato di questo fenomeno, il contenuto di acido ascorbico delle cellule e il livello di glucosio nel sangue sono inversamente proporzionali: più alto è il livello di glucosio nel sangue, più basso è il livello di acido ascorbico cellulare.

Questo è particolarmente vero per le cellule coinvolte nella difesa immunitaria, che idealmente potrebbero accumulare fino a 100 volte il livello di acido ascorbico nel sangue.

Alti livelli di vitamina C nelle cellule del sistema immunitario sono fondamentali per un’efficace risposta immunitaria. Di conseguenza, una dieta ricca di carboidrati inibirà la funzione della vitamina C, quindi il potenziale di riduzione della vitamina C, che è alla base della risposta immunitaria, non prevarrà, con conseguente risposta immunitaria “debole”.

VITAMINA D BIOLOGICAMENTE ATTIVA

La vitamina D può essere biologicamente inattiva e attiva. La conversione dalla forma inattiva alla forma attiva è catalizzata dall’enzima 1-alfa-idrossilasi prevalentemente nel rene ma anche in altre cellule.

Anche il più piccolo aumento dei livelli di fruttosio nei reni blocca l’enzima 1-alfa-idrossilasi, rendendo impossibile la conversione della vitamina D inattiva. Questo fenomeno influenza in modo fondamentale la funzione fisiologica della vitamina D.

Il consumo di frutta può ridurre in modo significativo o interrompere a lungo la conversione della vitamina D nella sua forma attiva; tutti gli alimenti contenenti il fruttosio possono farlo. Ciò richiede un cambiamento radicale nell’interpretazione degli effetti fisiologici derivanti dal consumo di frutta.

VITAMINE ARTIFICIALI

L’efficacia fisiologica delle vitamine artificiali è stata oggetto di dibattiti accesi. Un ampio sondaggio condotto dal governo danese ha rivelato che le vitamine necessarie agli umani si trovano nelle frattaglie animali. Inoltre, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, la credenza che le vitamine si disintegrano quando esposte al calore, cioè quando cuciniamo, è sbagliata; è vero solo per le vitamine nelle piante. Le frattaglie animali (contenenti vitamina C con concentrazioni da 50 a 100 volte superiore), sorprendentemente, hanno una stabilità molto elevata al calore, il che significa che il contenuto di vitamina C non diminuisce durante la cottura.

Questi sono fatti scientifici che, sebbene discussi in letteratura, non sono ancora ampiamente conosciuti. La loro attuazione pratica è praticamente inesistente nelle attuali raccomandazioni nutrizionale, soprattutto in ambito clinico.

LA CHETOSI NUTRIZIONALE

Le autorità e gli esperti canadesi hanno condotto ricerche sull’epidemia di H1N1; fu chiaramente stabilito che il più alto fattore di rischio era l’assunzione estesa di carboidrati e la maggior parte delle persone gravemente colpita dal virus era diabetica.

Sfortunatamente, la chetosi è un concetto sconosciuto nella pratica clinica e medica, anche se il team, guidato dal professor Miklós Julesz, condusse ricerche pertinenti tra il 1930 e il 1960.

La chetosi è l’esatto contrario di una dieta a base di carboidrati. Qui, vorremmo attirare l’attenzione a uno studio molto recente che ha dimostrato che il recupero di energia non da carboidrati, cioè la chetosi, può fornire protezione contro le infezioni. È noto anche il processo fisiologico specifico.

I fatti di cui sopra si basano su conoscenze fisiologiche e biochimiche. Ovviamente, c’è un motivo per cui non hanno guadagnato ampio terreno nella mentalità clinica. Ora, in questa crisi, potrebbe essere il momento di riconsiderare i principi nutrizionali di base per gestire il COVID-19 e proteggere la popolazione. Ciò richiede un approccio non ortodosso, che prima o tardi sarà inevitabile.

Cosa può e deve essere fatto nella situazione attuale:

Secondo i fatti scientifici sopra menzionati, un ridotto consumo di carboidrati riduce significativamente il rischio di infezioni gravi.

Il consumo giornaliero di una piccola quantità di grassi animali (circa 100 g) è importante per il nostro bilancio vitaminico ed energetico. Le più efficaci fonti di vitamine, come sostenuto, sono pezzi di frattaglie animali, che devono essere assunte regolarmente nella dieta.

La dieta e la gastronomia ungheresi tradizionali si adattano a questo e sono familiari al popolo ungherese.

Non c’è dubbio che questa conoscenza appaia contraddittoria e sorprendente, ma è scientificamente e clinicamente validata. Vorremmo anche sottolineare che questa semplice metodologia tende a incontrare valutazioni superficiali e di solito viene rifiutata senza essere nemmeno presa in considerazione. Tale comportamento scientifico e generalmente umano è chiamato “Riflesso di Semmelweis” nella letteratura internazionale. Non abbiamo bisogno di spiegare il perché (“Il riflesso di Semmelweis descrive l’idea che l’establishment scientifico inizialmente rifiuterà una nuova scoperta “riflessivamente”, cioè senza una verifica sufficiente, e preferirà combattere piuttosto che sostenere l’autore se contraddice norme o credenze diffuse” Wikipedia, ndt)

La validità scientifica delle nostre dichiarazioni deve essere compresa alla luce dei rilevanti risultati di sperimentazione clinica umana e animale.

Naturalmente, riteniamo le misure epidemiologiche adottate dal governo ungherese di grande importanza. Al fine di combattere efficacemente l’attuale epidemia e al fine di ridurre rapidamente il rischio di complicazioni fatali, raccomandiamo un esame approfondito di questi fatti. Siamo pronti a trasmettere le conoscenze accumulate durante la nostra pratica di intervento nutrizionale.

Dr Zsófia Clemens PhD, neurobiologist, Head of Institution
Dr Csaba Tóth, GP, nutritional intervention physician
Dr Andrea Dabóczi, nutritional intervention physician
Dr Enikő Andrásofszky, former Chief Medical Officer, radiologist, nutritional intervention physician
Dr Réka Horváth, nutritional intervention physician
Dr Gábor Kolonics, GP, occupational physician, nutritional intervention physician

Publication list: https://www.researchgate.net/profile/Zsofia_Clemens

Budapest, March 24, 2020

ICMNI – Medical Rehabilitation Centre, Budapest International Centre for Medical Nutritional Intervention Budapest, Hungary

Tel: +36702808047
Email: info.icmni@gmail.com

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Il Primitive Functional Training spiegato da Alessio Vilardi

Primitive Functional Training: facciamo chiarezza

Il Primitive Functional Training è un sistema di allenamento completamente a corpo libero che nasce dagli studi del Master Emilio Troiano sulla Biomeccanica e la Fisiologia del movimento del corpo umano.

Unisce l’efficacia del Primitive Functional Movement con il corretto approccio al Functional Training e si basa su una serie di sequenze di movimenti eseguiti principalmente a terra, in modo da avere la possibilità di utilizzare il pavimento come mezzo di sviluppo degli esercizi in massima sicurezza ed efficacia.

Infatti attraverso il contatto con il suolo, possiamo applicare forza e allenare mobilità articolare e capacità di stabilizzazione delle articolazioni (in particolare della colonna vertebrale, dell’anca e della spalla), fondamentali per il miglioramento delle condizioni di salute e delle capacità fisiche di una qualsiasi persona, che sia esso un atleta o meno.

Ho già parlato in passato di Functional Training, spiegandone bene la derivazione del nome e del perché si sia creata confusione tra chi pratica e fa praticare questa disciplina.

Ma perché poi “funzionale”? A cosa poi?

Il misunderstanding proviene da una codifica errata di quello che negli U.S.A. chiamano NON-Traditional training, ovvero allenamento NON tradizionale che è esattamente quello che noi intendiamo in Italia come F.T., ovvero circuiti di ogni genere con salti, squat, “flessioni” sulle braccia, ecc. Perché fare un BURPEE con clap delle mani sarebbe un movimento funzionale tipico della quotidianità, vero?

Quello che è realmente il Functional Training made in USA è quello spiegato stra-bene dal grande Michael Boyle in “Functional Training for sports” giunto ormai alla terza se non quarta edizione: l’illustre prof. americano ci spiega come la maggior parte degli esercizi a catena cinetica chiusa (come squat, stacchi, push up, ecc,) siano, in tutte le loro varianti (monopodalico, bipodalico,…) più vicini alle richieste di tantissimi sport in cui il contatto del piede con il pavimento la fa da padrona.

Il “Continuum funzionale” di cui parla Boyle, racchiude lo stretto necessario che un atleta di qualsiasi disciplina sportiva dovrebbe saper eseguire e su cui progredire i propri livelli di forza, non solo per avere un transfer migliore nel proprio sport, ma anche per saper padroneggiare il proprio corpo in contrapposizione con il suolo (pista, sintetico, erba, parquet, tatami,..), il proprio avversario (contrasti di gioco, combattimento) e gli attrezzi da gara (pallone, racchetta, …)

Gli esercizi vengono classificati partendo dal meno funzionale allo scopo al più funzionale, ovvero dal complementare al base, da catena cinetica aperta a chiusa, dal bilaterale al monolaterale:
• Ginocchio dominante: leg press  squat machine  squat bilanciere libero  Squat in divaricata con gamba sollevata  squat ad una gamba
• Anca dominante: leg curl  estensioni lombari  stacco da terra  stacco ad una gamba 2 manubri  stacco ad una gamba 1 manubrio
• Spinta orizzontale: Bench press machine  distensioni su panca bilanciere  distensione su panca manubri  push up  push up su palla di stabilità
• Tirata orizzontale: row machine  rematore con manubri  rematore presa inversa  rematore ad un braccio, su una gamba  rematore rotazionale ad un braccio, su due gambe”

A meno che tu non abbia una home gym attrezzata in maniera minimal (un rack, una panca, un bilanciere con dei dischi, una sbarra per trazioni), è difficile ottenere guadagni in ottica ipertrofia, con bottiglie da 2 litri e qualche attrezzo rudimentale.

Dunque se ti “accontenti” o comunque l’obiettivo per cui vorresti continuare ad allenarti in casa ai tempi del covid-19 è prevalentemente la salute psico-fisica, ben vengano tutti i video con total body e similari (fatti da istruttori competenti e non da trainer improvvisati, sia chiaro!). Altrimenti è veramente improbabile replicare gli effetti della sala pesi nel tuo stanzino da 15mq.

Ricordiamoci dei parametri da tenere in considerazione per indurre ipertrofia:
Compreso che c’è un errore di base, praticamente etimologico, sulla questione “functional training”, è secondo voi possibile indurre ipertrofia muscolare con esercizi in cui si “zompa” come cavallette impazzite, si prende una corda e la si fa sbattere a terra come i forsennati? Forse sì, ma solo se rispettano i 3 MECCANISMI DI ADATTAMENTO IPERTROFICO:

  1. TENSIONE MECCANICA: viene stimolata dal TUT (time under tension) ovvero dalla durata della ripetizione/serie e dal carico esterno utilizzato. Un giusto compromesso di TUT e carico usato, può indurre ipertrofia muscolare
  2. STRESS METABOLICO: prevalentemente lavori di PUMP che superano addirittura 1’ di esecuzione continua con carichi intermedi
  3. DANNO MUSCOLARE: causato da carichi elevati (2-5RM), eccentriche lente, isometriche in massimo allungamento

N.B. Questi 3 meccanismi sono sempre tutti e 3 presenti a diverse percentuali durante l’esecuzione di un qualsiasi esercizio, ma difficilmente vengono sfruttati nel migliore dei modi (vedi l’utente medio di palestra che fa rimbalzare 2 manubri da 6kg quando prova a fare un 3×10 di curl per bicipiti). A meno che non si arrivi ad utilizzare carichi monstre, il “rimbalzo” è quasi sempre un fattore limitante per l’ipertrofia.

Dunque, mettiamo caso che il coach online/P.T. di turno imbrusasse (termine che usiamo qui da noi in Puglia) il proprio cliente ad andare ad allenarsi al parchetto, magari con delle resistance band, delle fasce elastiche e magari il cliente ha livelli di forza bassi, magari perché deallenato o addirittura in sovrappeso, cosa potrà mai fare? Ponendo sempre che nelle sue condzioni, lui abbia i seguenti parametri iniziali:

  • 5 push up con tremolio e magari incomplete, quindi glieli faccio fare magari sulle ginocchia così almeno arriva a 10/12
  • Mezza trazione alla sbarra, se non proprio ZERO, e dunque lavorerà con trazioni facilitate alla sbarra bassa o TRX se munito
  • Dip, ovvero distensioni delle braccia, una quindicina su rialzo, perché sulle parallele si romperebbe l’articolazione di spalla, gomito e polso in un solo colpo
  • ovviamente lavoro sugli arti inferiori tutto a corpo libero (affondi, squat, calf,…) e magari usando qualche fascia elastica tra le caviglie
  • magari completiamo l’opera con dei mini circuiti aerobici per migliorare gli aspetti cardiovascolari (jumping jacks, skip, burpees,…)

Riuscirebbe a centrare anche parzialmente i 3 meccanismi di adattamento ipertrofico, facendo lavori facilitati, con quei “massimali” di colpi sui vari esercizi sopradescritti? ASSOLUTAMENTE NO.

Sicuramente potrà sentirsi in pump dopo aver svolto delle serie di push up facilitati e di affondi ad una gamba, magari riuscendo a protrarre le serie per 30/40” riuscendo ad innescare il meccanisco lattacido (l’accumulo di ioni H+ in eccesso causa la comparsa della fatica e lo stop della serie, che può avvenire anche più velocemente in persone dal basso stato di fitness).

Ma il carico reale sollevato (veramente esiguo nei piegamenti delle braccia facilitati, e negli affondi, a meno che non li si svolga almeno in monopodalico) non è così elevato per indurre un danno muscolare importante, considerando anche che, generalmente, 9 persone su 10 “scappano” dai punti critici degli esercizi, usando notevoli rimbalzi e poca tensione muscolare (ovvero bloccano le articolazioni in gioco per qualche secondo, per esempio stendendo completamente le braccia e rimanendoci un paio di secondi per riposare prima di effettuare poche altre reps, o per esempio toccando con il ginocchio a terra durante un affondo).

Non parlando poi di esercizi come appunto salti a medio-basso impatto, come j.jacks e burpees, sicuramente utili in ottica cardiovascolare per persone in buono stato di salute, ma non di certo utili per fini ipertrofici.

Per sfruttare a pieno i 3 meccanismi di adattamento ipertrofico potrebbe fare al caso nostro un esercizio come i PULL UP o CHIN UP, due varianti delle trazioni alla sbarra:

  1. Si solleva quasi il 100% del peso corporeo (rispetto ad esercizi citati prima, il carico applicato è molto più elevato)
  2. Se il mio massimale di endurance è di almeno 15/20 colpi (cosa abbastanza comune per persone allenate), la durata della serie può permettere l’innesco del meccanismo lattacido, con un buon effetto pump al termine della serie

Già in atleti intermedi, si riesce facilmente ad applicare dei tempi di tensione per ripetizione lenti (per esempio eccentriche di 4 secondi, isometriche in vari punti del sollevamento) e addirittura l’uso di zavorre di almeno 15/20kg per effettuare pochi colpi, permettendo un ottimo danno muscolare

Quindi è possibile indurre ipertrofia anche allenandosi in un parchetto, ma NON se sono un neofita o comunque un utente dal basso stato di fitness. Ci impiegheresti anni per raggiungere il tuo obiettivo con il solo corpo libero se hai la sfortuna di avere bassi livelli di forza generale.

Ricordo benissimo che, quando ho iniziato a praticare palestra in maniera collaterale all’atletica leggera, ero già in grado di svolgere correttamente 6/7 ripetizioni di chin up, mentre capita spesso che gli utenti a cui consigliamo il “functional training” o comunque l’allenamento da effettuare nei parchetti attrezzati, non hanno una forza generale idonea a sfruttare in ottica ipertrofia questa tipologia di training.

Consigliamo dunque alle seguenti categorie di persone (sovrappeso, neofiti, con poca forza generale di partenza), il 99% delle persone che vogliono intraprendere un percorso di ipertrofia, di lavorare con manubri, bilancieri e macchinari in sala pesi, affiancando le corrette propedeutiche per poter arrivare ai requisiti minimi per ottenere ipertrofia con il corpo libero per la parte superiore:

  • Almeno 15/20 trazioni alla sbarra
  • Almeno 40 push up corretti
  • Almeno 20 dips sulle parallele

Per la parte inferiore, essendo le gambe sempre stimolate se passiamo in piedi almeno 10/12h al giorno, è difficile parlare di requisiti minimi sul corpo libero.

Se il tuo obiettivo è l’ipertrofia muscolare (o quanto meno il mantenimento della tua massa muscolare, visto che passeremo perlomeno aprile e maggio con le palestre chiuse) e hai a disposizione “solo” il tuo corpo, non hai sbarra per trazioni e parallele per dip e i requisiti minimi appena descritti non li hai, SMETTILA DI SEGUIRE CONSIGLI E DIRETTE AD MINCHIAM DI CUI I SOCIAL SONO PIENI ZEPPI!

Approfitta di questo periodo per implementare mobilità articolare e sistema aerobico con circuiti a corpo libero. Allenare questi 2 parametri quasi sempre trascurati durante le routine classiche in sala pesi, ci permetterà di soffrire meno a livello articolare i vari esercizi multi-articolari che richiedono rom importanti, come squat, stacco e panca piana fatte, e ci permetterà di facilitare i recuperi inter set delle nostre sedute alattacide (alti carichi e basse ripetizioni) e lattacide (carichi medi, alte ripetizioni, bassi recuperi).

Tutto ciò lo puoi fare con il Primitive WTA ®, abbinando inoltre abbinando i principi del Functional Training alla corretta cadenza degli stimoli metabolici e neuromuscolari durante la settimana. Infatti potrai mantenere il tono della tua muscolatura, evitando di perdere la massa muscolare guadagnata fino a questo momento, lavorando su split alattacide (che conferiscono aspetto roccioso al tuo fisico) e lattacide (le quali danno quell’effetto stondante, a pettorali e quadricipiti in primis, oltre che alle braccia).

Come? Seguendo le mie dirette gratuite nel mio gruppo Facebook “PALEO STRENGTH –COACHING ONLINE”. Scrivimi in direct per avere il link diretto e allenarti insieme a me!

Bibliografia:
Boyle, M. (2018). Allenamento funzionale applicato allo sport, Olympian’s

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Autofagia e longevità » Monica Montanaro

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Monica Montanaro
Healthy Lifestyle & Biohacking Coach
info@biohackingcoach.it

Digiuno e longevità: quale relazione?

Si sente parlare sempre più spesso di mima digiuno, digiuno – idrico e secco – e di digiuno intermittente: facce della stessa medaglia, la cui caratteristica principale è promuovere l’autofagia in nome di salute e longevità.

Perché è così importante l’autofagia?

È fondamentale perché promuove alcuni delicati meccanismi di regolazione biologica che a loro volta contrastano l’invecchiamento e promuovono una forte disintossicazione dell’intero organismo, regalandoci appunto salute e longevità.

È un processo del tutto naturale ed è caratteristico della biologia delle nostre cellule: ha qualcosa di magico e ci fa capire quanto meravigliosi siano i nostri meccanismi di regolazione interna. 

AUTOFAGIA E RESTRIZIONE CALORICA

L’autofagia può essere considerata quindi a tutti gli effetti un “ringiovanimento cellulare”: è infatti il principale meccanismo di degradazione di organelli, proteine e parti della membrana cellulare danneggiati dallo stress ossidativo. Stress ossidativo che è alla base del processo di infiammazione.

Siccome siamo una macchina meravigliosamente complessa, e tutto all’interno del nostro copro ha un suo “perché”… succede che, quando attuiamo la restrizione calorica  – attraverso una delle tante modalità a nostra disposizione – attraverso la degradazione di quello che “non funziona più” l’organismo si procura le sostanze necessarie attraverso la degradazione di quello che “non funziona più”. Della serie: nulla si distrugge, ma tutto si trasforma!

Le cellule attraverso l’autofagia distruggono le loro componenti danneggiate digerendole. Letteralmente. In poche parole è una selezione naturale messa in atto per far sopravvivere solo le cellule più forti. È la legge di convenienza biologica, per cui sopravvivono solo le cellule più forti e sane.

E la magia è proprio qui: è chiaro come un turn over costante sia in grado  quindi di garantirci un’ottima autopulizia e una duplicazione di sole cellule sane. Le nostre cellule si riproducono a velocità elevata in continuazione: fare una scrematura, e dare la possibilità solo a quelle sane e forti di riprodursi… non è cosa da poco. È il nostro “lasciapassare” per salute e longevità.

CIBI AUTOFAGICI

Insieme alla sana abitudine di praticare regolarmente la restrizione calorica, può essere utile inserire nella propria strategia alimentare anche i cosiddetti cibi “autofagici”.

I cibi autofagici più importanti sono noci, cacao, olio d’oliva, succo di una rossa, tè verde, caffè, sedano, radicchio rosso, fragole, curcuma, peperoncino, cipolla rossa.

In particolare il succo d’uva rossa è ricco di resveratrolo, inibitore della proteina pro-infiammatoria interleuchina-6 – normalmente presente nel sistema immunitario. Il resveratrolo è utile nella prevenzione delle malattie cardiovascolari per le sue qualità antiossidanti che lo rendono vera e propria fonte di giovinezza. Attiva il recettore degli estrogeni senza stimolare tuttavia la proliferazione cellulare.

Che dire, gli strumenti ci sono e li abbiamo: è davvero tutto nelle nostre mani!

» Leggi anche: l’intervista di PaleoAdvisor a Monica Montanaro