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La Verità sulla Scienza della Nutrizione

Dal momento in cui, durante la nostra evoluzione, sviluppammo capacità cognitive e di pensiero astratto, l’uomo inizio a giocare il ruolo di Dio. Da quell’istante in poi, l’animale uomo scombinò drammaticamente tutti gli equilibri naturali creatisi in milioni di anni di evoluzione.

Abbiamo corso troppo, specialmente negli ultimi 10000 anni. Nonostante agimmo sempre in buona fede, con l’obiettivo di migliorare noi stessi e le nostre condizioni di vita, abbiamo commesso tanti inconsapevoli errori di cui ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.

Con l’avvento della rivoluzione scientifica e il metodo sperimentale di Galileo Galilei, iniziammo a capire un po’ la natura e tutto ciò che ci circonda. È vero, siamo stati bravini. Abbiamo messo piede sulla luna, possiamo osservare gli angoli più remoti dell’universo, creare una vita attraverso fecondazione artificiale e persino clonare esseri viventi.

Tuttavia, la ricerca scientifica è stata e continua ad essere soggetta all’errore umano. Nonostante proviamo con tutte le nostre forze attraverso la scienza a giocare il ruolo di creatori di cielo e terra, non saremo mai perfetti come madre natura.

L’unica cosa che possiamo fare con i nostri metodi scientifici è capire come funziona la natura e “assecondarla”, senza intralciare i suoi piani e vivendo di conseguenza in armonia con essa.

Dove vogliamo arrivare con questa premessa?

La scienza della nutrizione non è immune agli errori umani. Anzi, possiamo dire che è una delle scienze applicate più sbagliate di sempre.

LA STORIA DELLE LINEE GUIDA ALIMENTARI

Siamo negli anni ’50. La ricostruzione dopo i danni della seconda guerra mondiale conduce presto ad una grande crescita economica che portò a produrre molti più beni di quelli necessari. La paura della guerra e della carestia che la accompagnò, portò a riempirci la vita di oggetti inutili e anche la pancia, inconsciamente per far fronte ad un eventuale nuovo periodo di carestia.

Questo e altri fattori condussero negli anni successivi a tassi sproporzionatamente elevati di mortalità per cardiopatia coronarica negli uomini americani. Seguirono studi che investigarono il ruolo dei fattori alimentari, tra cui colesterolo, fitosteroli, calorie eccessive, aminoacidi, grassi, carboidrati, vitamine e minerali nell’influenzare il rischio di malattie cardiovascolari [1].

In questa notizia, l’industria agricola produttrice di barbabietole da zucchero vede una grande opportunità: convincere gli americani a consumare una dieta povera in grassi e alta in carboidrati per promuovere la salute [2].

Ma come convincere la comunità scientifica e l’opinione pubblica americana che i grassi sono dannosi mentre gli zuccheri no? C’è molta ignoranza sul tema e basta formulare un’ipotesi logica: più grassi e colesterolo si introducono con la dieta, più le nostre arterie vengono intasate da essi con conseguente rischio di sviluppare malattie cardiovascolari.

Infatti, molti scienziati dell’epoca aveva identificato colesterolo e grassi saturi come principali fattori di rischio per il sovrappeso e le malattie cardiovascolari.

Di conseguenza, l’industria alimentare che lavora sempre in sinergia con la scienza, inizia a produrre più zucchero, cereali e meno prodotti di origine animale. Gli scaffali dei supermercati si affollano di bevande zuccherate, cereali da colazione, marmellate. Nascono infinite linee di prodotti dal marchio LOW FAT.

Nel 1954, nell’articolo “What’s new in the sugar research”, parla Henry Hass, il presidente della Sugar Research Foundation:

“I nutrizionisti leader stanno evidenziando la connessione chimica tra la dieta ad alto contenuto di grassi e la formazione di colesterolo che in parte tappezza le nostre arterie e capillari, limita il flusso di sangue, aumentando di conseguenza la pressione sanguigna e problemi di cuore […] se si mette un uomo di mezza età su una dieta a basso contenuto di grassi, ci vogliono solo cinque giorni per il colesterolo nel sangue per arrivare a dove dovrebbe essere […] Se le industrie dello zucchero dovessero recuperare questo 20 per cento delle calorie nella dieta statunitense (la differenza tra il 40 per cento che il grasso ha e il 20 per cento che dovrebbe avere) e se lo zucchero mantenesse la sua quota attuale sul mercato, questo cambiamento significherebbe un aumento del consumo pro capite di zucchero di più di un terzo con un enorme miglioramento della salute generale.” [2]

In seguito a ipotesi troppo scontate e conclusioni altrettanto affrettate, la dieta dell’uomo viene basata su carboidrati e zuccheri.

Intanto, nel 1943 viene fondato il Comitato di Ricerca sullo Zucchero “Sugar Research Foundation”. Come Big Tobacco ha il suo comitato scientifico, il Tobacco Industry Research Committee, anche la lobby dello zucchero ha la Sugar Research Foundation, pronta a creare un alone di evidenze scientifiche a favore dei propri prodotti al fine di aumentare le vendite.

A tal fine, l’industria dello zucchero spenderà 600.000 dollari (5,3 milioni di dollari nel 2016) per insegnare “alle persone che non hanno mai frequentato un corso di biochimica […] che lo zucchero è ciò che mantiene vivo e con energia ogni essere umano per affrontare i nostri problemi quotidiani” [2].

Credeteci o no, gran parte della scienza della nutrizione procede ancora oggi con queste modalità di ricerca.

L’industria finanzia la ricerca scientifica per investigare gli effetti di un determinato alimento sulla salute umana, come per la storia della colazione (leggi qui). Viene creato indirettamente un alone positivo su un determinato prodotto, al fine di indurne il consumo [3].

Cosa dovrebbe concludere uno studio finanziato da un’azienda ultramiliardaria che produce zucchero? Che quest’ultimo è dannoso per la salute umana e quindi ne va limitato il consumo? 

Nessuno a questo mondo fa beneficenza. Le industrie fanno finanziamenti alla scienza e non donazioni, appunto perché un finanziamento deve tornare indietro in qualche modo sotto forma di profitto.

Osservate attentamente l’immagine qui di fianco. Notate qualcosa di strano?

Purtroppo non sono ipotesi, congetture o teorie del complotto bensì realtà. Oggi, alla luce di questi fatti di cui parleremo dettagliatamente in seguito, gli autori degli studi clinici sono obbligati a dichiarare l’assenza di conflitto di interesse con gli enti finanziatori della ricerca. Tuttavia, non sarà di certo tale dichiarazione a porre fine al rapporto non trasparente tra scienza e industria.

Torniamo al discorso della vicenda zucchero vs grassi. Sempre nello stesso periodo storico, un altro “genio”, in seguito a una vacanza fatta in Italia, arrivo alla conclusione che i grassi e il colesterolo fossero il male assoluto. Andavano sostituiti al più presto possibile con carboidrati provenienti da cereali e zuccheri. Stiamo parlando di Ancel Keys, l’inventore della dieta mediterranea.

Con il suo studio sulle 7 nazioni, “The 7 Nation Study”, Keys diede altro materiale scientifico su cui basare le nuove linee guida alimentari. Il problema è che questo studio era pieno di errori metodologici, bias e preconcetti dello stesso Keys. Uno studio molto grossolano in cui Keys scartò tutte le evidenze che contrastavano la sua tesi e incluse quelle che la favorivano.

All’epoca, molti scienziati erano scettici sulle affermazioni di Keys. Uno di questi critici era Jacob Yerushalmy, Ph.D., fondatore del programma di laurea in biostatistica presso l’Università della California a Berkeley.

In un articolo del 1957, Yerushalmy ha sottolineato che, mentre i dati dei 6 paesi che Keys esaminò sembravano sostenere l’ipotesi di problemi cardiaci e dieta, le statistiche erano effettivamente disponibili per ben 22 paesi. E quando tutti e 22 sono stati analizzati, l’apparente legame tra consumo di grassi e malattie cardiache è scomparso [4].

 

In figura sottostante: a sinistra i dati di Keys mentre a destra quelli di Yerushalmy.

 

Forse per conflitto di interesse, forse per errore involontario o accecato dalle sue credenze, Ancel Keys ha omesso ben 16 altri paesi come la Francia, dove il consumo di grasso animale era quasi quattro volte superiore a quello del Giappone ma il rischio di morire di infarto era pressoché uguale ai giapponesi. Il Messico è un altro paradosso: si consuma tre volte la quantità di grasso rispetto al Giappone ma il rischio di infarto è addirittura minore dei giapponesi. Questo insieme ad altri numerosi bias erano problemi che rendevano lo studio di Keys inattendibile (studio citato ancora oggi da molti nutrizionisti).

Nonostante, una grande parte della comunità scientifica tra cui scienziati come John Yudkin, fossero scettici riguardo alla sicurezza dello zucchero sulla salute umana [5-7], il connubio scienza e industria continuo sulla linea di Keys. Grassi saturi e colesterolo uguale a morte. Zucchero e carboidrati uguale sana e lunga vita.

 

Si arriva agli anni ’80 con le seguenti linee guida per la popolazione americana, poi passate al resto del mondo [8]:

  • Per assicurare una dieta adeguata, mangiare una varietà di cibo tra cui frutta, verdura, cereali integrali, pane arricchito di fibre, prodotti a base di cereali, legumi (fagioli e piselli secchi), latte, formaggio, yogurt, carni, pollame, pesce e uova.
  • Mantenere un peso corporeo ideale, basandosi principalmente sul bilancio calorico giornaliero.
  • Evitare troppo grasso, grasso saturo e colesterolo per prevenire problemi cardiovascolari.
  • Mangiare cibi con adeguato contenuto di amidi e fibre, sostituendo ai grassi e agli zuccheri cibi come cereali integrali, prodotti a base di cereali, legumi, verdura e frutta.
  • Evitare troppo zucchero aggiunto per prevenire carie dentali.
  • Evitare di consumare troppo sale.
  • Se si beve alcol, farlo con moderazione.

Una dieta quindi basata sui carboidrati da cereali e legumi, che devono garantire almeno un 55% delle calorie giornaliere. Si raccomanda di evitare troppo zucchero, è vero, ma dopo 30 anni i danni sono ormai fatti. Tutt’oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che un 10% delle calorie giornaliere deve provenire da zuccheri liberi. Ma raccomandano anche: per ulteriori benefici ridurlo al 5%.

Oggi sappiamo che lo zucchero libero, quella polverina bianca nelle bustine da caffè, arreca danni enormi alla salute. Perché non ridurlo allo 0%? Se eliminassimo completamente il saccarosio, nei supermercati rimarrebbe ben poco.

STORIA DI ERRORI E CORRUZIONE

Oltre ad errori metodologici e preconcetti, c’è dell’altro che macchia indelebilmente la storia della nutrizione e delle linee guida alimentari: gli interessi economici e la corruzione. Ancel Keys, i suoi colleghi e la Sugar Research Foundation vincono la prima battaglia nella guerra zucchero contro grassi, ma la controversia non finisce qua.

Successivamente agli anni ’80, la comunità scientifica continua a investigare i potenziali danni dello zucchero e vengono pubblicati numerosi studi che lo accusano di essere un principale responsabile non solo per le malattie cardiovascolari, ma anche per obesità e diabete. 

La controversia infinita, che durerà fino al 2016, suscita alcuni sospetti.

Si decide quindi di investigare se ci fossero state azioni illegali e disonestà scientifica che avessero sviato l’attenzione dal saccarosio (nome scientifico dello zucchero da tavola).

Già in molti pensavano che qualcuno, che nei propri studi avesse tanto avuto a cuore l’innocenza del saccarosio, avrebbe ricevuto soldi dalla lobby dello zucchero e quindi manipolato gli studi in suo favore.

Rimasero tutte congetture e teorie del complotto fino al 2016, quando Cristin E. Kearns, post docente dell’Università della California, ha scoperto negli archivi di Harvard, dell’Università dell’Illinois e di altre biblioteche numerosi documenti scottanti.

Questi ultimi mostravano che nel 1964, John Hickson, un dirigente di punta dell’industria saccarifera, ha discusso un piano con altri esponenti del settore per spostare l’opinione pubblica “attraverso la nostra ricerca, l’informazione e i programmi legislativi”, a favore dello zucchero [8]. Il sig. Hickson ha proposto di contrastare i risultati allarmanti sullo zucchero con delle ricerche finanziate dall’industria. Poi possiamo pubblicare i dati e confutare i nostri detrattori”, ha scritto [9].

Ma la spy story si infuoca quando vengono scoperti dei documenti che svelano che un gruppo commerciale chiamato Sugar Research Foundation, oggi conosciuta come Sugar Association, ha pagato a tre scienziati di Harvard l’equivalente di circa 50.000 dollari di oggi [10] per pubblicare una recensione del 1967 della ricerca su zucchero, grasso e malattie cardiache [11].

Gli studi utilizzati nella revisione sono stati selezionati dal gruppo dello zucchero, e l’articolo, che è stato pubblicato nel prestigioso New England Journal of Medicine, ha minimizzato il legame tra zucchero e salute del cuore e demonizzato il ruolo dei grassi saturi e colesterolo [9,11].

I documenti interni dell’industria dello zucchero, recentemente scoperti Cristin E. Kearns, ricercatore dell’Università della California, e pubblicati in Journal of American Medical Association Internal Medicine, suggeriscono che

cinque decenni di ricerca sul ruolo della nutrizione e delle malattie cardiache, comprese molte delle raccomandazioni alimentari di oggi, possono essere stati in gran parte modellati dall’industria dello zucchero [9].

Anche se le influenze dell’industria rivelate nei documenti risalgono a quasi 50 anni fa, rapporti più recenti mostrano che l’industria alimentare ha continuato a influenzare la scienza della nutrizione. Ad esempio, nel 1971, ha suggestionato il “National Institute of Dental Research’s National Caries Program” per spostare la sua enfasi su interventi per prevenire la carie dentale diversi da quelli di limitare il saccarosio [12].

L’industria ha commissionato una revisione, “Sugar in the Diet of Man”, che influenzò favorevolmente la valutazione del 1976 della Food and Drug Administration statunitense sulla sicurezza dello zucchero [13].

Anni fa, un articolo del New York Times ha rivelato che la Coca-Cola, il più grande produttore mondiale di bevande zuccherate, aveva fornito milioni di dollari di finanziamenti a ricercatori che hanno cercato di minimizzare il legame tra bevande zuccherate e obesità, affermando che ci sono “forti prove” che la chiave per prevenire l’aumento di peso non è ridurre l’assunzione di cibo (come molti esperti di salute pubblica raccomandano) “ma mantenere uno stile di vita attivo e mangiare più calorie”.

Nel mese di giugno 2017, l’agenzia di stampa americana ha riferito che i produttori di caramelle hanno finanziato studi che sostenevano che i bambini che mangiano caramelle tendono a pesare meno di quelli che non lo fanno [14].

Inoltre, una recente meta-analisi di studi sulle bevande zuccherate, pubblicata sulla rivista PLOS Medicine, ha trovato che gli studi finanziati da Coca-Cola, PepsiCo, l’American Beverage Association e l’industria dello zucchero erano cinque volte più propensi a non trovare alcun legame tra bevande zuccherate e aumento di peso rispetto agli studi i cui autori non hanno riportato conflitti finanziari [15].

Secondo i risultati di Cristin E. Kearns e collaboratori, le loro analisi e le attuali critiche della Sugar Association sulle prove che collegano il saccarosio alle malattie cardiovascolari suggeriscono che l’industria potrebbe avere una lunga storia di influenza sulla politica federale e sulle linee guida per una corretta alimentazione. 

“Sono stati in grado di far deragliare la discussione sullo zucchero per decenni,” ha detto Stanton Glantz, professore di medicina all’Università della California e autore del documento JAMA Internal Medicine [12]. Lo studio di Kearns, Schmidt e Glantz suggerisce che l’industria dello zucchero ha sponsorizzato il suo primo progetto di ricerca nel 1965 per minimizzare i segnali di allarme precoce che il consumo di saccarosio era un fattore di rischio per le malattie coronariche.

A partire dal 2016, le politiche di controllo dello zucchero sono state promulgate in sedi internazionali, federali, statali e locali ma tuttavia, il rischio di malattie coronariche viene citato in modo incoerente come conseguenza del consumo di zuccheri aggiunti.

Poiché le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale, la comunità sanitaria dovrebbe garantire che i rischi siano valutati meglio in futuro.

I comitati politici dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di dare meno peso agli studi finanziati dall’industria alimentare [12].

Ovviamente, i documenti utilizzati in questa ricerca forniscono una stretta finestra nelle attività dell’industria dello zucchero. Pertanto è difficile da convalidare che tali documenti sono rappresentativi della totalità dei materiali interni della Sugar Research Foundation relativi al progetto degli anni ’50 e ’60 o che è stato dato il giusto peso ad ogni fonte di dati. Inoltre, Kearns e colleghi non hanno potuto direttamente intervistare gli scienziati interessati perché ad oggi sono tutti deceduti.

Come l’industria del tabacco sviò la questione sui danni del fumo, anche la lobby dello zucchero minimizzò i danni dei loro prodotti sulla salute umana.

La vicenda dello zucchero non finisce di certo qua. La scienza della nutrizione continua ad avere troppe relazioni non chiare e conflitti di interesse con le industrie, che continuano a modellare le nostre abitudini alimentari secondo fini economici piuttosto che di promozione della salute pubblica.

I documenti che Kearns e colleghi hanno esaminato potrebbero essere soltanto la punta dell’iceberg.

Parte della scienza è affetta da un cancro molto aggressivo che si chiama denaro e potere. Il connubio scienza-industria alimentare continua a plasmare non solo il modo in cui mangiamo, ma anche la nostra cultura.

NEL FRATTEMPO LA VERITÀ VIENE A GALLA

Arriviamo al 6 settembre 1999 e sulla copertina del Time, prestigiosa rivista americana che diffonde le ultime scoperte scientifiche, compare uno smile con due uova al posto degli occhi e una fetta di melone sorridente affiancata al titolo “colesterolo, le buone notizie”.

Nel 1997, Ancel Keys ormai in pensione, in un momento di onestà intellettuale o forse perché l’industria aveva chiuso il rubinetto dei finanziamenti, ha dichiarato: “Il colesterolo negli alimenti non ha alcun effetto sul colesterolo nel sangue e lo abbiamo sempre saputo”.

Finalmente si scopre la verità: il colesterolo che assumiamo con la dieta contribuisce solo al 15% del livello di colesterolo nel sangue mentre ben l’85% viene prodotto dal fegato in seguito ad una dieta alta in carboidrati e zuccheri [16].

Per 40 anni ci siamo preoccupati a ridurre uova e carni grasse inutilmente e ci siamo riempiti la pancia di carboidrati e zuccheri che, aumentando la produzione di insulina e impedendo di conseguenza l’uso dei grassi come fonte energetica, consentono il loro accumulo in grasso viscerale, sottocutaneo e placche aterosclerotiche nei vasi sanguigni. Oggi i vari miti del colesterolo e malattie cardiovascolari sono stati definitivamente sfatati e non esiste correlazione alcuna tra infarti e colesterolo [16].

Al contrario, questa molecola gioca un ruolo di primaria importanza nel corpo umano, espletando funzioni digestive e metaboliche, garantendo un corretto sviluppo embrionale, fungendo da base per la sintesi di molti ormoni nonché mantenendo in salute le nostre membrane cellulari di cui il colesterolo è un componente essenziale [16].

Tuttavia, non finisce qua. Nel 2014 sul Time appare un’altra copertina che lascia di stucco tutti.

“Mangiate il burro. Gli scienziati etichettarono il grasso come nemico ma si sbagliavano”.

Come il mito del colesterolo, anche quello del burro e dei grassi saturi viene sfatato. Un’ampia ricerca ha infatti confermato che il consumo di burro è debolmente legato alla mortalità, mentre il legame con le malattie cardiovascolari è sostanzialmente nullo. Inoltre, si è persino riscontrato un leggero effetto protettivo nei confronti del diabete. Risultato che è stato possibile ottenere analizzando i dati di nove differenti ricerche (una meta-analisi), che hanno coinvolto un totale di oltre 636.000 soggetti.

Nel periodo preso in esame si sono registrati 28 271 decessi, 9.783 casi di malattie cardiovascolari e 23.954 casi di insorgenza di diabete, al netto di 14 grammi di burro (una quantità pari a un cucchiaio) consumati al giorno [17].

Le conclusioni alle quali si è giunti è che l’associazione tra consumo di burro e mortalità totale è debole, mentre quella con qualsiasi tipo di malattia cardiovascolare è insignificante. Quanto al rapporto con il diabete, l’effetto protettivo rimane tutto da investigare.

Dopo quasi 60 anni il burro venga scagionato, configurandosi quindi come un’opzione neutra rispetto ad alcune indubbiamente nocive (margarina in primis) e ad altre più salutari (come l’olio extravergine d’oliva) [17].

Per quasi sei decenni la scienza della nutrizione umana si è sbagliata. Chiamarlo un fallimento è riduttivo dal momento che le malattie cardiovascolari sono ancora la prima causa di morte al mondo.

LATTE E LATTICINI: UN’ALTRA DIATRIBA

Discorso analogo per il latte e latticini che da decenni, insieme a cereali e legumi, compongono la base della piramide alimentare. L’ipotesi anche qui è abbastanza logica: le ossa sono composte per la maggior parte da calcio, quindi per mantenerle sane e forti dobbiamo bere tanto latte vaccino che contiene calcio.

Questa ipotesi ha instradato la direzione presa dalla ricerca scientifica dal dopoguerra ad oggi. E se ci pensiamo in modo logico, “più calcio più ossa forti”, questa teoria non fa una piega. Peccato che il corpo umano non funziona proprio così.

Diversi studi hanno evidenziato che più calcio introduciamo con la dieta e più calcio viene espulso attraverso le urine. Di conseguenza, l’assorbimento del calcio non è legato alla quantità introdotta con la dieta bensì da altri fattori. Tra questi le concentrazioni di vitamina D3 e K2 nel sangue, ormoni come estrogeni e testosterone, livello di attività fisica (in particolare allenamenti con i pesi) e una dieta alcalina favoriscono l’assorbimento e ritenzione di calcio nel tessuto osseo.

Tralasciando ora il ruolo del calcio nella fisiologia umana, se facciamo una ricerca nei database scientifici scopriamo che ci sono moltissimi studi sul latte contrastanti.

Molti studi concludono addirittura che un alto consumo di latte e formaggi provochi l’osteoporosi e aumenti il rischio di fratture ossee [18-21]. Inoltre, è interessante notare che nei paesi scandinavi, dove il consumo di latticini pro capite è tra i più alti al mondo, notiamo anche il più alto tasso di fratture ossee [22].

Infatti ai primi posti troviamo Danimarca, Svezia, Austria, Norvegia, Svizzera e Irlanda [22]. In fondo alla classifica, con il minor tasso di fratture ossee mondiale troviamo paesi asiatici, sud americani e africani, dove il consumo di latticini è tra i più bassi al mondo è [22]. Coincidenze?

È vero, ci sono anche altri fattori in gioco come ad esempio l’esposizione al sole e la conseguente produzione di vitamina D. Infatti, oggi è ampliamente dimostrato che la vitamina D è il direttore d’orchestra della salute delle nostre ossa e non il calcio, come si è da sempre creduto.

In assenza di raggi solari e i fattori precedentemente elencati, una dieta ricca di latticini e quindi di calcio provoca calcificazione arteriosa, che conduce a una riduzione dell’elasticità dell’arterie, con conseguente aumento di pressione sanguigna e quindi maggiore probabilità di morire per un infarto [23-26]. Oltre al problema di una dieta ad alto contenuto di latticini e fratture ossee, oggi abbiamo a disposizione moltissimi studi che evidenziano il legame tra latte vaccino e permeabilità intestinale, malattie autoimmuni, allergie, obesità e addirittura diversi tipi di cancro [27-37].

Ma come, il latte non serviva a migliorare la salute del nostro scheletro? La questione “latte sì o latte no” è ancora più controversa della faccenda “zucchero contro colesterolo e grassi saturi”.

Questi sono solo pochi studi che vanno in direzione opposta alla comune credenza che il latte vaccino sia un alimento fondamentale per la salute umana. Certamente il latte materno, come in tutti i mammiferi su questo pianeta, è importantissimo allo sviluppo della prole per ovvie ragioni. Ma veramente l’uomo, anche dopo lo svezzamento, deve continuare a ciucciare latte che per di più proviene da un bovino?

PERCHÉ TUTTA QUESTA CONFUSIONE?

Vedete, fare uno studio sulla nutrizione è forse la cosa più difficile al mondo, soprattutto se stiamo investigando i benefici o gli effetti negativi di un determinato alimento.

Negli studi in cui si somministra un alimento, ad esempio il latte, in maggiori quantità o semplicemente si aggiunge a una determinata dieta, come facciamo a capire se è “grazie al latte” o è per “colpa del latte” che avvengono certi cambiamenti?

Le persone non mangiano solo latte ma mangiano anche carne o non la mangiano, mangiano verdura o non la mangiano, frutta o no, fanno attività fisica o no eccetera eccetera. Possiamo elencare infinite variabili che entrano in gioco e che interferiscono con il risultato finale. Nonostante gli studi sulla nutrizione vengano fatti con criteri che tengano conto di molte variabili, è impossibile pensare di controllare tutte le interazioni in gioco.

Facciamo un esempio pratico: prendiamo 100 soggetti di sesso femminile e li dividiamo in due gruppi da 50. A entrambe i gruppi somministriamo una dieta mediterranea ed esercizio fisico tre volte alla settimana. Al primo gruppo diamo 3 bicchieri di latte al giorno mentre al secondo gruppo no. Vogliamo investigare se il latte ha degli effetti favorevoli sulla composizione corporea. Bene, lo studio dura tre mesi.

Nonostante sembri tutto standardizzato, ci sono infinite altre variabile che possono influire in modo significativo sullo studio, compromettendone i risultati. Ad esempio se nel gruppo 1 per caso vanno a finire i soggetti con una migliore predisposizione genetica all’aumento di massa muscolare e nel gruppo 2 no, lo studio è già bello che sballato. Se nel gruppo 1 i partecipanti si allenano svogliatamente mentre nel gruppo 2 danno il 100% in allenamento, le conclusioni dello studio saranno un’altra volta inattendibili.

Inoltre, quanto dormono in media questi soggetti? Fanno un lavoro sedentario o manuale? Sono in una relazione o sono single? Fanno regolarmente attività sessuale? Sono stressate o no? Che dieta facevano prima dello studio? Che situazione ormonale hanno i partecipanti? Hanno un ciclo mestruale regolare o no? Hanno intolleranze alimentari o no? Hanno subito interventi chirurgici negli anni precedenti o no? Prendono medicinali o no? Sono felici o no? Vanno ad allenarsi in macchina, in bici, a piedi o con i mezzi pubblici? Infinite variabili sono coinvolte e nonostante siano standardizzate statisticamente, qualcosa che scappa c’è sempre (direi anche più che qualcosa).

La difficoltà di condurre studi sulla nutrizione obiettivi, insieme all’errore umano, metodologico, di preconcetti, di filosofie personali e di conflitto di interesse tra industrie e enti di ricerca, hanno riempito i database scientifici di studi contrastanti e ricerche spazzatura. Tutti dicono il contrario di tutto. Quello che faceva male ieri sarà un toccasana domani.

Purtroppo la situazione è questa. La scienza della nutrizione tradizionale è il risultato di troppi errori, preconcetti e conflitti di interesse che non solo hanno sancito quello che dovrebbe essere nel nostro piatto bensì anche le nostre strutture sociali, culturali e il sistema economico contemporaneo.

CHI HA RAGIONE?

Ancel Keys o John Yudkin, zucchero o colesterolo, grassi saturi o cereali, latte sì o latte no, dieta vegana o dieta mediterranea? Potremo andare avanti cosi all’infinito. “La verità NON sta nel mezzo”.

Alla domanda “chi ha ragione” rispondiamo semplicemente: LA NATURA E L’EVOLUZIONE UMANA.

L’attività fisica, il sonno, l’esposizione al sole e il fabbisogno alimentare di ogni organismo vivente (compresi gli esseri umani) sono determinati geneticamente [38].

Ebbene sì, siamo programmati geneticamente per accettare determinati alimenti, ben diversi da oltre il 75% di quelli che troviamo nel supermercato: il CIBO SPECIE-SPECIFICO. Tra questi ci sono carni, pesce, uova, qualche tubero e radice, noci, verdura e frutta.

La classificazione di “animale onnivoro” che si attribuisce all’uomo, è un concetto molto frainteso. Onnivoro significa che possiamo mangiare un ampia gamma di alimenti è vero. Ampia rispetto ai carnivori, erbivori e frugivori che si nutrono prevalentemente di un tipo di cibo. Tuttavia, “ampia” non vuol dire tutto ciò che viene venduto nei supermercati.

Il latte? L’umanità ne ha fatto a meno per oltre 2,5 milioni di anni e abbiamo avuto sempre ossa fortissime. I ritrovamenti archeologici di scheletri antecedenti alla rivoluzione agricola e le odierne popolazioni di cacciatori-raccoglitori che non consumano latte, provano ulteriormente quello che la natura ha meticolosamente progettato.

Il cucciolo di uomo ha bisogno solo del latte materno fino allo svezzamento e non oltre. Non a caso dopo un periodo di circa 2 anni, perdiamo la lattasi ovvero l’enzima deputato a digerire il lattosio, zucchero presente nel latte. E ancora oggi oltre i due terzi della popolazione mondiale è intollerante a questo zucchero [39].

Vogliamo ancora investire risorse economiche per investigare gli effetti dei latticini? Tempo e soldi buttati quando non ci vogliono chissà quali studi per capire che il latte è inutile e dannoso per la salute umana. E’ vero, lo yogurt a colazione è buono, il parmigiano sulla pasta una delizia, mozzarella e formaggi anche.

Tuttavia, dobbiamo accettare la realtà: in natura nessun mammifero beve latte dopo lo svezzamento, per lo più di un’altra specie. E la natura ha progettato tutto questo per creare uomini sani e forti, che reggano alla grande i colpi della selezione naturale.

Quindi, fatte queste premesse evolutive e tenendo conto delle migliaia di studi che evidenziano i danni del latte sulla salute umana, possiamo concludere che questo alimento è inutile e dannoso.

Per quanto riguarda la vicenda dello zucchero contro grassi e colesterolo, facciamo questa premessa evolutiva.

Lo zucchero è sempre stato un alimento raro nei 2,5 milioni di anni della storia dell’evoluzione umana. Le uniche fonti erano la frutta e, solo dopo che l’uomo imparò a usare e controllare il fuoco per scacciare le api, il miele. Tuttavia, l’accesso a queste fonti energetiche era limitato a pochi mesi dell’anno a causa della stagionalità.

Per il resto del tempo l’uomo ha mangiato prevalentemente grassi e proteine. Verdura, noci, tuberi e radici erano anch’esse parte della dieta dell’umanità, a seconda delle latitudini e nicchie ecologiche. Il nostro DNA e tutta la nostra fisiologia è ancora settata su queste fonti di cibo.

Non a caso, in tutti i libri di biochimica (gli stessi che si usano nelle facoltà di scienze della nutrizione) c’è scritto che solo due tipi di cellula nel corpo umano hanno bisogno di zucchero per funzionare: i neuroni e i globuli rossi.

Da qui nasce il mito dello zucchero come energia per il cervello. È vero, il sistema nervoso ha bisogno di zucchero sotto forma di glucosio. Tuttavia, il nostro organismo provvede ad autoprodursi il glucosio attraverso processi fisiologici ben precisi, nati come adattamento alla scarsità di questo macronutriente nelle diete pre-agricole durate per circa 2,5 milioni di anni.

Infatti non esistono carboidrati essenziali. Al contrario esistono aminoacidi, grassi, minerali e vitamine essenziali, le quali il nostro corpo è incapace di autoprodurre e quindi dobbiamo assolutamente introdurre con la dieta.

Più un alimento viene consumato e meno il corpo lo autoproduce come risposta adattativa, smettendo completamente e irreversibilmente dopo milioni di anni. Quindi, avendo consumato durante il corso della nostra evoluzione prevalentemente grassi, proteine e meno zucchero, il corpo ha smesso di produrre aminoacidi, grassi e vitamine essenziali proprio perché ne mangiavamo talmente tante con la carne che non c’era più il bisogno di autoprodurseli.

Al contrario, la scarsità di zuccheri ha condotto la nostra fisiologia prima di tutto a risparmiarli attraverso l’insulino resistenza. Vi siete mai chiesti perché in inverno fisiologicamente ingrassiamo e in estate dimagriamo? Perché in inverno siamo più insulino resistenti, adattamento evolutivo volto a contrastare la scarsità di cibo, soprattutto di zuccheri da frutta e verdura. In estate dimagriamo perché l’insulina diventa più sensibile e quindi le cellulle consumano più energia. Quando poi non ingeriamo zuccheri per un tempo prolungato non si muore di certo. Il corpo umano, nei milioni di anni si è adeguato anche a questo, con adattamenti volti all’autoproduzione di glucosio a partire dalle proteine (gluconeogenesi) e dai corpi chetonici.

Vedete la natura come è perfetta?

Fino a quando, dopo 2,5 milioni di anni di storia dell’umanità, qualcuno ebbe un’idea geniale ipotizzando che grassi e colesterolo provocano infarti e ictus, che le proteine danneggiano reni e fegato, concludendo quindi che lo zucchero deve rappresentare il 60% delle calorie totali giornaliere e che la nutrizione umana deve basarsi su cereali, legumi e latticini.

Gli eredi di questi geni siedono ancora oggi ai vertici degli enti più importanti della promozione della salute e della scienza della nutrizione.

Ancel Keys, la Sugar Research Foundation e colleghi stavano andando contro la natura, consigliando quantità spropositate di carboidrati e zuccheri fino ad allora mai consumati nella storia evolutiva del genere umano. Si stavano sbagliando. John Yudkin e colleghi era molto probabile che stavano imboccando la strada giusta, ma purtroppo vennero presi per pazzi e incompetenti.

QUALCOSA DEVE CAMBIARE: NUTRIZIONE EVOLUTIVA UNICA VIA

Qui non c’è nessuna teoria del complotto. L’idea che la scienza della nutrizione pilotata dall’industria alimentare, abbia agito con l’intento di farci ammalare per poi venderci un’enorme gamma di farmaci è una teoria fuori discussione. Nonostante sia vero che una persona malata rappresenta un terreno molto più lucrativo di una sana, non crediamo minimamente che ci sia stato questo progetto.

Tuttavia. se parte della scienza della nutrizione è controllata da industrie alimentari e interessi economici, un’altra grossa parte ha creduto veramente alle teorie sulla nutrizione del dopoguerra. In buona fede, abbiamo creduto all’innocuità dello zucchero, alle proprietà miracolose del latte vaccino e al potere dannoso di grassi e colesterolo. Le industrie alimentari si sono subito adattate alle nuove linee guida.

Sono nate importanti industrie che danno lavoro a milioni di persone, abbiamo abbattuto foreste ovunque per coltivare grano, mais, soia e altri cereali. Il Canada oggi è una distesa di grano sconfinata, il Sud America provvede alla produzione di soia e mais per tutto il mondo. Infiniti caseifici, che producono ininterrottamente latte e formaggio sono spuntati in ogni angolo del globo.

L’intero sistema economico mondiale si è adattato alle nuove guida e sembra siamo arrivati a un punto di non ritorno. Ormai ci sono interi mercati da proteggere e far prosperare, posti di lavoro da salvaguardare, profitti da difendere e non sarà di certo questo articolo a cambiare le cose.

Intanto l’epidemia di malattie cronico degenerative continua ad espandersi a macchia d’olio e i sistemi sanitari nazionali stanno collassando uno dopo l’altro. La scienza della nutrizione tradizionale ha delle colpe grandissime ed enormi pesi sulla coscienza per tutte le vite perse prematuramente e per tutte le persone che oggi sono afflitte da queste patologie.

Tuttavia, fino a quando riusciremo a pagare le cure sintomatiche di patologie, che scomparirebbero molto probabilmente in poco tempo adottando un tipo di nutrizione ancestrale, la situazione rimarrà tale.

È una questione di tempo. Secondo le previsioni entro la fine del secolo, quasi tutta la popolazione mondiale sarà obesa o in sovrappeso, costretta a convivere con almeno una malattia cronico degenerativa.

La politica deve prendere assolutamente provvedimenti seri in materia.

CONCLUSIONI

Quello che oggi troviamo nei nostri piatti è il risultato di decenni di errori metodologici, preconcetti, interessi economici e soprattutto conclusioni troppo affrettate. La scienza della nutrizione, scienza che applica e interpreta le scienze madri della biochimica e della fisiologia umana, poco ha capito di come l’essere umano debba nutrirsi.

Dallo sviluppo delle prime linee guida alimentari degli anni ’80, abbiamo assistito a un dilagare incontrollato delle malattie cronico degenerative. Ci siamo abbuffati di cereali, zuccheri, latte, formaggi e tutto quello che l’industria alimentare sfornava anno dopo anno.

Questo disastro è stato possibile solo perché la scienza della nutrizione dell’epoca (che è in gran parte la stessa di oggi) ha peccato di presunzione, dimenticandosi che l’uomo moderno è il risultato di milioni di anni di evoluzione. Il risultato di milioni di anni di abitudini alimentari e di uno stile di vita impresso ancora nei nostri geni, e programmato per esprimersi al meglio in ambienti ben diversi da quelli odierni. Per questo ci ingrassiamo, ci ammaliamo e moriamo precocemente (per saperne di più leggi qui).

E non tiriamo fuori la scusa che sono solo problemi della terza età, perché orma le malattie cronico degenerative colpiscono sempre più spesso in fascia di età basse. Oggi abbiamo già bambini obesi e diabetici, non per colpa dei loro geni o delle “ossa grosse” ma per colpa dei genitori che li nutrono con cibo spazzatura.

La dieta mediterranea, la dieta a zona, la Atkins, la dieta vegana e tutte le altre diete inventate da qualche scienziato sia a scopi lucrativi che per filosofie o religioni, non hanno alcun senso. La dieta dell’uomo non si inventa. La dieta dell’uomo è quella che i nostri antenati cacciatori-raccoglitori hanno condotto per milioni di anni fino alla rivoluzione agricola di 10.000 anni fa. Carni, pesce, uova, verdura, frutta, tuberi, radici, noci.  Cibo specie-specifico. Alimenti  minimamente processati, consumati un quantità variabili, a seconda di nicchie ecologiche e stagionalità, a sazietà e senza contare le calorie.

Tornando all’introduzione di questo articolo, bisogna smettere di giocare a fare Dio. La natura ha sempre ragione e ci punisce se contrastiamo il suo corso. In questo caso, le malattie cronico degenerative sono la punizione infalitta al genere umano per alimentarsi con cibo mai esistito prima. In natura la malatia è una condizione molto rara. Non esistono zebre obese, leoni diabetici e delfini dementi. Il perché non serve investigarlo con chissà quali studi scientifici. La risposta é semplice: questi animali vivono come madre natura ha programmato.

Al contrario, gli animali domestici come gatti e cani soffrono delle stesse patologie dell’uomo. Cancro, obesità, diabete felino, artrosi, sclerosi multipla sono adattamenti fallimentari a uno stile di vita da divano e croccantini.

Anche gli animali di allevamento come salmoni e bovini, rispettivamente carnivori ed erbivori, nutriti a cereali per farli ingrassare più velocemente si ammalano. Di conseguenza hanno bisogno di antibiotici e altre medicine per essere mantenuti in vita, fino ad essere macellati al top del loro peso per massimizzare i profitti.

Vivendo secondo uno stile di vita ben diverso da quello progettato da madre natura, veniamo puniti con le malattie cronico degenerative. La scienza deve capire questo e bisogna usare premesse evolutive per indirizzare la ricerca scientifica e gettare le basi di un sistema efficace per la promozione della salute.

Dobbiamo essere umili e progredire verso una nuova scienza della nutrizione che tenga conto della natura intrinseca dell’essere umano. Per continuare ad avanzare, bisogna cancellare gran parte di quello che questa scienza crede di aver capito, fare più di un passo indietro e ricominciare dallo studio delle nostre origini.

Con onestà intellettuale, amore verso la salute del genere umano e liberi da ogni conflitto di interesse.

EVOplus – Lifestyle Revolution

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Hans Quarteroni e Pietro Gambino

Qualcuno ha detto Grass Fed? Intervista doppia » PaleoAdvisor

Hans Quarteroni

Hans Quarteroni, allevatore bergamasco di bovini Highland, è il fondatore e presidente della prima associazione italiana nata per certificare e tutelare la produzione Grass Fed nel territorio, l’AIAG (Associazione Italiana Alimenti Grass Fed).

Tutti i membri dell’associazione si impegnano a impiegare un approccio sostenibile nella gestione aziendale e a rispettare i più elevati standard di allevamento. Secondo il suo disciplinare gli animali possono essere alimentati solo a erba e foraggio secco, dallo svezzamento fino alla macellazione, e devono essere allevati al pascolo tutto l’anno con aggiunta di foraggi secchi nei periodi invernali, senza mai essere trattati con antibiotici o ormoni della crescita. Contatti: www.vivigrassfed.farm

Pietro Gambino

Pietro Gambino, allevatore siciliano e agronomo, ha studiato Scienze delle Produzioni Animali a Parma e conseguito una laurea magistrale in Nutrizione e Risorse Animali a Udine. Oggi si occupa dell’azienda di famiglia, per cui ha registrato il marchio “Grass Fed Real Monti Sicani“. Contatti: Real Grass Fed Campione in Gambino

 

 

Hans e Pietro, ringrazio entrambi per aver accettato questa intervista e di aver trovato il tempo di rispondere alle nostre domande!

Chi ci legge conosce molto bene le caratteristiche nutrizionali della carne Grass Fed e in rete si trovano moltissime risorse che descrivono accuratamente i benefici che questo sistema di allevamento garantisce al benessere animale, ambientale e umano. Pertanto vorrei che questa volta ci concentrassimo su aspetti del vostro lavoro che fino ad ora sono stati meno affrontati. Di certo non potrei trovare interlocutori migliori.

Parliamo della Certificazione AIAG. Nonostante il vostro notevole lavoro di divulgazione e sensibilizzazione su questo discorso continua a esserci un po’ confusione. Sappiamo che la vostra associazione sta ancora lavorando per ottenere dal Ministero l’autorizzazione a una Certificazione Grass Fed ufficiale in Italia. Perché è così difficile ottenere questa certificazione?

Pietro Gambino: Il Ministero delle Politiche Agricole e la Commissione Agricoltura dell’Unione Europea hanno individuato nel Regolamento Comunitario del Biologico l’unica forma di certificazione di Agricoltura e zootecnia Sostenibile, infatti il Bio abbraccia tutto il settore agrozootecnico e le sue diverse forme di allevamento da quello stabulato con alimentazione a base cerialicola e foraggio Bio, a quella estensiva semi brado a pascolo continuo turnato su pascoli stagionali Bio. Quello che Facciamo noi. Quindi il Bio certifica una forma di zootecnia ecosostenibile poi sta all’allevatore a promuovere all’interno del sistema Bio l’alimentazione solo ad Erba come facciamo noi. Io credo che non ci sia miglior certificazione che la serietà e la conoscenza degli ingredienti. Una volta una cliente mi disse: “Non c’è garanzia migliore di un rumine (organo del sistema digerente tipico dei ruminanti, nrd) pieno di erba, cosa che pochi fanno vedere chissa perché”.

Hans Quarteroni: La certificazione biologica rappresenta sicuramente un valore aggiunto quando si parla di allevamento, ma il concetto di biologico non è assolutamente assimilabile al concetto di Grass Fed dal momento che il biologico ammette l’alimentazione a cereali degli animali.  Biologico e Grass Fed sono due cose distinte.

L’AIAG è l’unica associazione ad aver presentato al Ministero un disciplinare Grass Fed italiano accompagnato da un marchio collettivo. Il marchio collettivo é stato presentato nel marzo 2016 e riconosciuto dal Ministero dello Sviluppo come unico Marchio collettivo Grassfed nel giugno 2018 con un iter lungo quasi 3 anni, e questo oltre ai costi di presentazione per 10 anni non inciderà economicamente AIAG.
É la certificazione agroalimentare che dovrà essere fatta dal Ministero delle Politiche Agricole come marchio di qualità o di produzione comunitario che ha spese da affrontare annualmente per tutti gli attori.
Molte volte abbiamo affrontato questo argomento con i vari uffici del Ministero e con enti Certificatori e le carte sono in regola per passare le verifiche, ma l’esborso economico non é sostenibile per i numeri irrisori di capi presenti in Italia e non c’è marchio comunitario che certifica tutto il Grass Fed nel suo complesso Bovino caprino e ovino con i prodotti derivanti ossia carne e formaggi, ma dovremmo fare un disciplinare per ogni alimento prodotto per specie quindi 6 disciplinari con tutte le spese che comportano, calcolando che la sola associazione dovrebbe sborsare 2000 € annui per ogni disciplinare presentato. Gli stessi macellai devono sobbarcarsi le spese dei controlli, indubbiamente cospicue se considerate in rapporto al numero ridotto di animali disponibili veramente Grass Fed in Italia.

Diverso il discorso per le aziende agricole, sicuramente più ben disposte ad affrontare la spesa soprattutto se sostenute dai PSR regionali (Programma di Sviluppo Rurale, ndr), mentre i macellai, non facendo parte della filiera agricola ma di quella commerciale, non possono compensare queste spese tramite i PSR. Io finora non ho trovato un macellaio disponibile a sostenere queste spese per i pochi animali presenti oggi in Italia. In internet si trovano ormai migliaia di aziende che nominano Grass Fed, ma si contano sulle dita delle mani quelle che realmente lo fanno.

Azienda Agricola Grass-Fed di Hans Quarteroni

Azienda Agricola Grass-Fed di Hans Quarteroni

È vero che ci sono macellai che stanno cavalcando in maniera disonesta il mercato del Grass Fed vendendo ai propri clienti carni che con il vero Grass Fed non hanno nulla a che fare?

Come possiamo tutelarci? La situazione cambierà, e se sì in che modo, quando finalmente otterrete la certificazione ufficiale?

Pietro Gambino: Sì, attualmente diversi macellai cercano di inserire sul proprio banco vendita di tutto e di più, anche la carne Grass Fed, neanche sapendone pronunciare il nome e senza conoscere il valore di tale carne e di questo sistema di allevamento.

La clientela è sempre più formata e informata e richiede carne sana proveniente da un regime alimentare e allevatoriale al pascolo. Quindi i macellai ricercano carni dalla Polonia, Romania, Inghilterra, Scozia, Irlanda ecc; e allo stesso tempo cercano di mantenere un target di carne tenera, a basso prezzo, che mantenga le caratteristiche della carne intensiva, perché non sarebbero in grado di dare risposta ai tanti perché che il cliente gli pone (la reale carne Grass Fed suscita interesse per il colore, il grasso ricco di betacarotene e tanti altri fattori).

Hans Quarteroni: Cavalcare l’onda è nello stile italiano.

Quello che potrei dire ai clienti di queste macellerie è di chiedere quanti mesi o anni hanno gli animali e farsi delle domande se l’età è inferiore ai tre anni e la frollatura a secco inferiore a 30 giorni. Anche la percentuale di grasso è un buon indicatore perché come ben sappiamo gli animali Grass Fed non producono una grande quantità di grasso. Potete anche fornirci il numero di marca auricolare sulla confezione: indagando sulla provenienza si può verificare se quell’allevamento è veramente Grass Fed oppure no.

Grass Fed Real Monti Sicani di Pietro Gambino

Perché una macelleria o un commerciante italiano dovrebbe trovare conveniente acquistare carne Grass Fed all’estero, dall’Irlanda per esempio, piuttosto che dagli allevatori italiani? Possiamo essere sicuri della qualità della carne importata?

Pietro Gambino: Gli Italiani dovrebbero prediligere la carne nazionale allevata ad erba perché trova un processo sicuro e breve, senza intermediazioni di qualsiasi genere, inoltre stimola l’allevatore a fare meglio e bene. Si consuma una carne che è la risultante di un territorio in un determinato periodo dell’anno.

Il commerciante acquista fuori perché acquista ad un minor costo; ho avuto modo di parlare con macellai che acquistano mezzene di vitelli che spacciano per Grass Fed, a prezzi fuori dalla portata di chi alleva realmente allo stato brado al pascolo. Tieni conto che un animale allevato al pascolo per una buona conformazione corporea deve aver trascorso almeno un intero ciclo delle 4 stagioni, ovvero minimo dai 18 mesi in su, questo va a influire sui costi di produzione che incrementano perché si ha un accrescimento rallentato, dovuto al continuo movimento e tanto altro.  Questo è un bene per l’animale, che non soffre una restrizione e raggiunge e vive la sua maturità sessuale all’interno di una mandria, potendo svolgere almeno per una volta un’interazione riproduttiva e diverse altre interazioni specie specifiche.

Per noi è difficile far capire ai macellai che anche in Italia ci sono potenzialità e allevatori che allevano realmente al pascolo, pur con sacrifici personali ed economici.

Hans Quarteroni: Molte volte abbiamo fatto dei controlli trasversali con l’associazione inglese (nel Regno Unito la certificazione Grass Fed esiste da quasi 10 anni) per verificare le marche auricolari di animali (per es. irlandesi) con dicitura Grass Fed. In moltissimi casi non erano Grass Fed. In Irlanda poi non esiste ancora una certificazione ufficiale Grass Fed.

Non esiste allevatore inglese certificato che abbia una licenza di esportazione, perché quando il prodotto è poco non ha senso esportare. Che senso avrebbe esportare quando non si riesce nemmeno ad accontentare la clientela del mercato interno, come nel caso dell’allevatore italiano?

Gli italiani dovrebbero sostenere gli allevatori nazionali. Le aziende che fanno parte della nostra associazione sono visitabili in qualsiasi momento. Tutti gli allevamenti possono essere contattati e visitati, anche a sorpresa, gli animali hanno un indirizzo, andate, vedete cosa mangiano e cosa fanno. Magari i proprietari non li troverete proprio sempre, visto che è uno stato brado, quindi se volete trovare i proprietari, chiamateli.

Il rispetto dei cicli naturali degli animali spesso non coincide con le richieste del mercato. Questo aspetto crea delle difficoltà agli allevatori Grass Fed nei rapporti con i commercianti? È per questo che molti allevatori si stanno organizzando per spedire la propria carne al cliente finale senza intermediari?

Pietro Gambino: Molti commercianti non vogliono grattacapi perché non sono in grado di spiegare una Carne Grass Fed, mentre un allevatore o una famiglia che lavora da sempre riesce a promuovere il proprio prodotto trasferendo quella passione che li contraddistingue dando un valore aggiunto ad un prodotto ad alto valore nutrizionale etico sociale.

Famiglia Gambino (anni Ottanta)

Hans Quarteroni: Prediamo ad esempio il caso inglese. La differenza sostanziale tra Italia e Inghilterra è che in Inghilterra tutti gli allevatori Grass Fed forniscono ai macellai inglesi le loro carni. In Italia ho affrontato molte volte diversi macellai, ma le nostre scarse disponibilità rappresentano un deterrente troppo forte. Per questo vendiamo autonomamente le carni che produciamo.

Attualmente l’Associazione AIAG è composta da 16 allevamenti italiani. Credi che ne aderiranno altri in futuro?

Pietro Gambino: Molti iniziano a capire l’importanza e i vantaggi che derivano per animali, ambiente e salute dall’allevamento Grass Fed allo stato brado, peccato però che la maggioranza siano consumatori e non i produttori, rinchiusi dalle leggi della GDO che impone rese al macello elevati. Quindi sono e siamo pochi ad allevare realmente al pascolo.

Hans Quarteroni: Gli allevamenti italiani certificati dall’AIAG oggi sono sedici. Quindici sono allevamenti di bovini, uno di pecore. Stiamo parlando di circa 800 bovini e 1000 pecore. Le richieste per entrare ci sono, però qualcuno si affaccia un po’ furbescamente cavalcando l’onda singolarmente, senza essere disposto a fare squadra. A mio avviso questo è indice di poca lungimiranza. Solo l’unione può fare la forza, proprio quell’unione che abbiamo manifestato al Salone del Gusto di Torino con tutti gli altri attori internazionali, dove è emersa la volontà di unire le forze verso un obiettivo comune.

Allevamento Grass Fed della Pecora Bergamasca in Transumanza (Agricola Maroni)

Quali sono attualmente i paesi che dispongono di una certificazione Grass Fed ufficiale? In che rapporti è AIAG con questi paesi e quali sono le sfide e i progetti che avete intenzione di affrontare nei prossimi anni?

Hans Quarteroni: I paesi che oggi dispongono di una certificazione Grass Fed ufficiale sono gli Stati Uniti, l’Inghilterra, il Sud Africa.

Il Salone del Gusto di Torino ci ha dato l’opportunità di incontrarci due volte con altri attori internazionali del Grass Fed e di iniziare una collaborazione il cui obiettivo è quello di realizzare una unica certificazione a livello mondiale. Quest’anno abbiamo partecipato a un convegno direttamente facendo anche degli interventi sulla nostra realtà nazionale e confrontandoci anche con giapponesi, tedeschi e austriaci per poter allargare le associazioni anche in questi stati.

Presso Terra Madre Salone Internazionale del Gusto 2018

Presso Terra Madre Salone Internazionale del Gusto 2018

Presso Terra Madre Salone Internazionale del Gusto 2018

Stiamo anche lavorando per realizzare un punto di riferimento divulgativo online a livello mondiale, un sito internet in tutte le lingue delle associazioni oggi presenti al mondo.

A mio avviso in futuro qualcosa cambierà. Col tempo si farà avanti anche nelle istituzioni l’interesse di sostenere questa filiera perché più saremo più ci vorranno delle linee guida ben precise, sostenute dagli enti proprio come vengono sostenute le altre filiere.

Ci puoi dire qualcosa a proposito del Bando europeo Horizon 2020? Di cosa si tratta?

Hans Quarteroni: Quest’anno abbiamo presentato il nostro progetto a diversi bandi. Insieme ad altre tre aziende di carne bovina Highland abbiamo partecipato a un bando della regione Lombardia per le collaborazioni sulle filiere di aziende lombarde tramite il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche, il più grande ente pubblico di Ricerca italiano, ndr). Purtroppo il bando non è andato a buon fine, ma non per lo spessore del progetto, perché abbiamo ricevuto pieno appoggio e il massimo punteggio per la qualità del progetto, ma perché ci hanno contestato che ci sarebbero voluti più di due anni per studiare questa filiera, dal pascolo al piatto, e quindi non siamo passati.

Abbiamo presentato i nostri obiettivi anche al bando europeo Horizon 2020 sull’alimentazione biologica e il benessere dell’animale, con il sostegno di una fondazione inglese, ma anche questo bando non ha avuto un esito positivo. Ma non demordiamo e parteciperemo ad altri bandi.

Ringrazio il vostro portale per l’opportunità che mi avete dato come presidente dell’AIAG di divulgare queste conoscenze al pubblico italiano e spero che molti altri sostengano la vostra stessa linea. Questi aspetti del nostro lavoro non sono conosciuti e tanti blogger o nutrizionisti preferiscono sostenere il falso Grass Fed perché offre opportunità di business superiori, mentre sostenere quello vero è meno vantaggioso.

Invito chi legge a visitare il sito della mia azienda www.vivigrassfed.farm per conoscere le nostre offerte e a venire a visitare la nostra azienda nel comune di Dossena, circa 40 ettari dove i nostri animali pascolano tutto l’anno liberamente.

Abbiamo anche un ristorante di famiglia, la Taverna Rottigni, a Bagnella di Serina, che propone i nostri prodotti, prodotti agricoli locali e piatti legati alla terra bergamasca.

 

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Pentole e padelle PFOA FREE » Elena Ferroli

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Elena Ferroli

Pentole e padelle PFOA FREE

Quali pentole usare per cucinare senza intossicarsi?

Guest Post del Blog Vivere Paleo

Le pentole che usiamo tutti i giorni potrebbero rilasciare delle sostanze, in alcuni casi tossiche o addirittura cancerogene.

Spesso sono consigliate pentole in ceramica o in pietra lavica per andare sul sicuro, oppure le pentole in acciaio sono relativamente sicure.

Il vero pericolo sembrano essere le padelle con il rivestimento antiaderente. Le normali padelle, ad esempio, sono fatte con la struttura base di alluminio, però viene rivestito perché negli anni, sempre più studi associano l’alluminio alle patologie neuro-degenerative, Alzheimer ecc…

Purtroppo, questo metallo si trova anche nelle lattine, vaschette di cibi confezionati, tetrapak per le bevande e molti altri prodotti che vanno a diretto contatto con il cibo. Ma non solo, bisogna stare attenti anche ai prodotti per la casa, alcuni cosmetici e alcuni farmaci che potrebbero essere contaminati.
L’alluminio potrebbe rilasciare sostanze tossiche soprattutto quando la temperatura è elevata oppure semplicemente a contatto con il cibo caldo.

Tornando a noi…C’è un altro tipo di pentola che sembrerebbe fare al caso nostro! Le pentole con la dicitura “PFOA Free”.

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PFOA è un’acido perfluoroottanoico, viene usato come tensioattivo nella produzione dello strato superficiale dei tegami ed anche in tanti altri oggetti che abbiamo comunemente nelle nostre case. Questo, sottoposto ad alte temperatura, diventa instabile e può causare gravi danni alla nostra salute se presente in grandi quantità nel sangue, assorbito attraverso la respirazione o la digestione. Questo acido è stato collegato al cancro, malattie della tiroide, colite ulcerosa e colesterolo alto, riportato anche in un recente studio dell’EPA.

Per cui, vi consiglio di controllare l’etichetta prima di acquistare una nuova pentola. Deve sempre essere presente la scritta “PFOA free” e possibilmente anche Nickel free e 100% made in Italy.

Solitamente, questo genere di pentole, sono di ottima qualità e veramente antiaderenti tanto che non serve nemmeno ungere il fondo con l’olio per non far attaccare il cibo!

Ovviamente evitate di utilizzare strumenti appuntiti che potrebbero danneggiare il rivestimento e vi consiglio comunque di evitare le temperature troppo elevate, non solo per impedire l’usura precoce della pentola ma anche perché è ovvio che cucinare eccessivamente un alimento o bruciarlo, ne elimina le proprietà benefiche, nutritive e in oltre non fa certo bene alla salute!

Il disaccordo evolutivo » Evoplus Lifestyle Revolution

Evoplus Lifestyle RevolutionLo sviluppo della civiltà è stato interpretato in generale come un passo positivo per il benessere della specie umana, che ha portato ad un aumento della durata e della qualità della vita. D’altra parte, questo progresso accelerato iniziato dalla rivoluzione agricola e cresciuto esponenzialmente con la rivoluzione industriale, ha aperto la porta a nuovi pericoli per la salute dell’uomo.

La scienza moderna, grazie al miglioramento dei servizi sanitari, nonché delle condizioni sociali ed economiche, ha eliminato la minaccia di morte per la maggior parte delle malattie infettive ma nel corso degli ultimi due secoli di storia nella civiltà umana, le minacce si sono spostate verso le malattie cronico degenerative (MCD) come le malattie cardio-vascolari, metaboliche, autoimmuni e neurodegenerative, cancro, diabete e altre condizioni mediche come l’obesità [1].

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Nel 1995, si stimava che vi fossero 200 milioni di adulti obesi in tutto il mondo e altri 18 milioni di bambini sotto i cinque anni classificati come sovrappeso. Negli anni 2000, il numero di adulti obesi è salito a oltre 300 milioni.

“In ogni regione del mondo, l’obesità è raddoppiata tra il 1980 e il 2008”, afferma il Dr. Ties Boerma, Direttore del Dipartimento di Statistica e Sistemi Informativi Sanitari dell’OMS.


Oggi mezzo miliardo di persone (12% della popolazione mondiale) sono considerate obese”.


L’epidemia di obesità si sta allargando anche nei paesi in via di sviluppo, dove si stima che oltre 115 milioni di persone soffrano di problemi legati all’obesità.

Un adulto su tre in tutto il mondo soffre di pressione sanguigna alta, una condizione che causa circa la metà di tutti i decessi per ictus e malattie cardiache. 347 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di diabete e l’80% di loro vive in paesi a basso e medio reddito. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma che i decessi per diabete raddoppieranno entro il 2030 [2, 3].

Riconoscendo il devastante impatto sociale, economico e sanitario delle MCD, nel settembre 2011 i leader mondiali hanno adottato una strategia politica di forte impegno ad affrontare questo problema e hanno assegnato diversi incarichi all’OMS per contribuire a sostenere gli sforzi dei singoli paesi. Nonostante queste raccomandazioni, il numero di persone affette da obesità e da MCD continua ad espandersi a macchia d’olio [3, 4].

MEDICINA PREVENTIVA FALLIMENTARE E IN TOTALE CONFUSIONE


Le promesse della medicina riguardo la promozione della salute sono enormi ma i risultati ottenuti non rispecchiano la parola data. La medicina ha fatto passi da gigante negli ultimi tempi e quello che decine di anni fa sembrava fantascienza oggi è realtà. Siamo capaci di trapiantare organi interni e rimettere quasi a nuovo persone dopo terribili incidenti stradali ma sul piano della prevenzione la medicina tradizionale ha fallito miseramente la sua missione e in aggiunta sembra essere nella confusione più totale [5].
…ci si trova sempre più spesso di fronte a consigli contraddittori. Non appena si apprendono i risultati di uno studio di ricerca, ne esce subito un altro che afferma l’opposto. (N Engl J Med 1994; 331:189-900)

Le notizie sui rischi per la salute arrivano pungenti e rapide e sembrano quasi costituzionalmente contraddittorie. (Scienza 1995; 269:164-9)

Le raccomandazione al pubblico su cosa mangiare e fondamentalmente su come vivere, sembrano fare retromarcia ogni volta che un nuovo studio viene pubblicato in una rivista medica. (New York Times 1998 Mar 22: 4 WK)

Queste affermazioni risalenti a vent’anni fa sono ancora oggi attuali, tenendo conto della lentezza con cui la scienza progredisce passo dopo passo. L’American Heart Association (AHA) ispeziona le proprie linee guida dietetiche secondo le più recenti ricerche scientifiche ogni due anni [6-9]. Ad esempio, dalla dose giornaliera raccomandata di sale di 6000 mg/d nel 1996, oggi le raccomandazioni parlano di < 1500 mg/d al fine di prevenire le malattie cardiovascolari [9].

Sebbene sostanzialmente invariata rispetto alla raccomandazione del 1995, la raccomandazione aggiornata sull'attività fisica e la salute pubblica è “migliorata” in vari modi. Dal 2007, sono disponibili più informazioni riguardanti l’intensità, la frequenza e il volume dell’AF [10].

Sebbene nel 1996 le raccomandazioni per ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari fossero, in generale, di sostituire i grassi saturi con carboidrati, proteine o acidi grassi mono o polinsaturi [11], oggi le raccomandazioni suggeriscono che l’assunzione giornaliera di acidi grassi saturi dovrebbe essere inferiore al 10% dell’assunzione totale di energia, attraverso l’unica sostituzione con acidi grassi mono e polinsaturi [12, 13].

Questi e moltissimi altri esempi come la storia delle “massimo due uova a settimana altrimenti il colesterolo intasa le arterie”, le cui oggi non sono più ritenute le responsabile dell’aumento del colesterolo. O ancora studi che prima affermano che la pasta fa ingrassare e dopo una settimana escono studi che affermano l’opposto.


Altri studi affermano che il calcio contenuto nel latte e nel formaggio è necessario per la costruzione di ossa forti quando invece oggi la questione è molto controversa e molti studi non hanno trovato correlazione alcuna tra basso consumo di calcio e rischio di fratture ossee [14, 15].

Quante volte abbiamo sentito al telegiornale o letto su una rivista, notizie di questo genere? Prima quello che faceva bene alla salute oggi è nocivo o viceversa.

Tale confusione e fallimento delle linee guida per la prevenzione della salute può essere spiegato dalla mancanza di un quadro concettuale globale, carenza che potrebbe essere corretta adottando premesse evolutive [5].

LA TEORIA DEL DISACCORDO EVOLUTIVO


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È necessario un approccio più complesso e globale alla promozione della salute e sviluppare un quadro generale che tenga conto della natura intrinseca dell’essere umano.


A tal fine, si suggerisce che lo studio e la comprensione dell’evoluzione umana potrebbe essere il punto di partenza da cui indirizzare la ricerca scientifica al fine di prevenire l’insorgenza delle MCD e promuovere uno stile di vita realmente sano. Pertanto, le carenze e fallimenti della medicina preventiva potrebbero essere corretti adottando la teoria del disaccordo evolutivo, che fornisce tre semplici principi logici [16,17]:

  • Il genoma umano è stato forgiato e selezionato in ambienti passati molto diversi da quelli attuali [18,19];

  • L’evoluzione culturale procede troppo rapidamente affinché il genoma umano possa adattarsi con successo, con conseguente dissociazione tra i nostri geni e l’ambiente in cui viviamo [19-21];

  • Questa dissociazione tra genoma e stile di vita favorisce lo sviluppo delle MCD [21].


ll genoma umano sarebbe sostanzialmente fermo al periodo del tardo Paleolitico (50.000-10.000 a.C), settato per esprimersi al meglio secondo uno stile di vita da cacciatore-raccoglitore [5]. L’attività fisica, il sonno, l’esposizione al sole e il fabbisogno alimentare di ogni organismo vivente (compresi gli esseri umani) sono determinati geneticamente.


Dopo la pubblicazione di Eaton e Konner nel 1985 [22], il ruolo della teoria del disaccordo evolutivo è stato sempre più riconosciuto nella letteratura scientifica. I drastici cambiamenti nella dieta e nello stile di vita, avvenuti dopo la Rivoluzione Neolitica (e più radicalmente dopo la Rivoluzione Industriale e l’Età Moderna), sono troppo recenti su una scala temporale evolutiva per consentire al genoma umano di potersi pienamente adattare [16-22].

Già nell'Antica Grecia, il filosofo Socrate abbozzava un accenno di tale teoria affermando che le malattie dell’uomo di quel tempo derivano dall'ozio, dal lusso e dal cibo che mangiavamo [23]. Dalla rivoluzione agricola di circa 10.000 anni fa partita dal Medio Oriente per poi diffondersi successivamente nel resto del globo [24-28], l’uomo fece il primo incontro durante la sua storia evolutiva con le MCD.

Quando le diete a base di cereali vennero adottate per la prima volta in sostituzione delle diete principalmente a base di carne dei cacciatori-raccoglitori, si registrò una caratteristica riduzione della statura, un aumento della mortalità infantile, una riduzione della durata della vita, aumento dell’incidenza di malattie infettive, diabete, anemia da carenza di ferro e dell’incidenza di osteomalacia, osteoporosi e altri disturbi minerali ossei, aumento del numero di carie dentarie e difetti dello smalto [28-35].


Secondo la teoria del disaccordo evolutivo, è generalmente accettato che non è trascorso abbastanza tempo dall’invenzione dell’agricoltura affinché si siano verificati adattamenti significativi nel patrimonio genetico umano. Si può quindi affermare che gli esseri umani sono geneticamente predisposti a vivere secondo lo stile di caccia e raccolta che ci accompagnò per milioni di anni [19]. Dal punto di vista sociale, siamo persone del XXI secolo, ma geneticamente siamo rimasti cittadini del Paleolitico [36].

NON SOLO TEORIE


È interessante notare come le MCD erano sconosciute all’uomo cacciatore-raccoglitore e le ancora 229 popolazioni odierne [37,38], che vivono ancora secondo questo stile di vita, non presentino segni apparenti di tali malattie [39-47].


L’esempio più clamoroso è rappresentato dagli Indiani Pima, popolazione discendente dai Paleoindiani i cui antenati migrarono dall’Asia all’America settentrionale attraverso lo stretto di Bering ghiacciato durante la prima delle tre glaciazioni [48-50].

Pertanto, il genoma dei Paleodiani è stato molto probabilmente plasmato durante queste migrazioni, durate migliaia di anni, e settato in accordo con lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori nomadi secondo i relativi cicli di attività fisica, rappresentata dalla caccia, e abbondanza/carestia [51].



Tuttavia, quando si stabilirono in America Centrale, queste comunità si adattarono con successo all’ambiente desertico sviluppando un agricoltura primitiva sempre supportata dalla caccia e raccolta. Il riuscito adattamento dei Pima alla vita nel deserto continuò fino alla fine del XIX secolo, quando l’area fu invasa e occupata dagli immigrati europei che distrussero la loro cultura e influenzarono il loro stile di vita soprattutto introducendo cibi prima sconosciuti agli indiani Pima come cereali raffinati e zucchero. Gli indiani Pima dell’Arizona hanno ora la più alta prevalenza segnalata di obesità e diabete di qualsiasi popolazione del mondo [52-54], tanto che sono diventati oggetto di studi e ricerca scientifica.

Anche se il diabete di tipo 2 e l’obesità hanno fattori genetici [52,55], l’interazione del genotipo con ambienti sfavorevoli svolge il ruolo più importante nello sviluppo di una determinata malattia (fenotipo malato).


A conferma di questa affermazione, nel 2006 Schulz e collaboratori hanno studiato gli effetti di diversi stili di vita sull’obesità e sul diabete negli indiani Pima che vivono in Messico e negli Stati Uniti.


Nonostante la separazione geografica, studi linguistici e genetici indicano che condividono un background genetico molto simile. Entrambe le popolazioni di Pima sono state classificate secondo polimorfismi del DNA per stabilire la loro somiglianza genetica e, come ben noto, i loro geni sono stati classificati come altamente suscettibili a sviluppare obesità e diabete di tipo 2 [56,57].

Per chiarire il contributo delle influenze ambientali sul diabete di tipo 2, hanno studiato due gruppi di indiani Pima in Messico e negli Stati Uniti. Gli indiani Pima negli Stati Uniti risiedono principalmente nelle regioni desertiche dell’Arizona mentre gli indiani Pima del Messico vivono in una remota regione dei Monti della Sierra Madre, in un’area accessibile solo di recente attraverso la rete stradale. I Pima del Messico, in contrasto con i Pima degli Stati Uniti, hanno subito un cambiamento relativamente minimo nel loro stile di vita originario [58,59].

Schulz e collaboratori hanno confrontato il gruppo messicano con il gruppo statunitense di Pima esaminando la prevalenza di diabete e la tolleranza al glucosio con l’obiettivo di comprendere la misura con cui i fattori genetici e ambientali influenzano diabete e obesità in queste due popolazioni.

I risultati hanno mostrato che tra gli indiani Pima messicani, 5,6% degli uomini e 8,5% delle donne ha avuto il diabete, prevalenza significativamente più bassa rispetto agli indiani Pima degli Stati Uniti, di cui il 34,2% degli uomini e il 40,8% delle donne ha avuto la malattia [56,57].


La prevalenza molto più bassa di diabete di tipo 2 e l’obesità negli indiani Pima in Messico rispetto agli Stati Uniti indica che anche in popolazioni geneticamente inclini a queste condizioni, il loro sviluppo è determinato principalmente da circostanze ambientali ossia dal loro stile di vita. Tuttavia, poiché questa popolazione è stata allontanata dal proprio stile di vita originale seguito per migliaia di anni, si è verificato il disaccordo tra i loro geni e l’ambiente circostante causando inevitabilmente l’insorgenza di diabete di tipo 2 e disturbi metabolici.

L’esempio degli indiani Pima è solo uno dei tanti a verificare la teoria del disaccordo evolutivo. Nel 1991, il dottor Kieran O’Dea ha studiato l’effetto dello stile di vita occidentale sugli aborigeni australiani. Quando in queste popolazioni avviene la transizione dal loro tradizionale stile di vita da cacciatore-raccoglitore a sedentario-occidentalizzato, assistiamo ad alti tassi di obesità, diabete di tipo 2, ridotta tolleranza al glucosio, ipertrigliceridemia, ipertensione e iperinsulinemia. La resistenza all’insulina può essere la caratteristica patogena comune di questo gruppo di condizioni associate all’aumento del rischio di malattie cardiovascolari.

Lo stile di vita tradizionale dei cacciatori-raccoglitori, caratterizzato da un’elevata attività fisica e da una dieta a bassa densità energetica (basso indice e carico glicemico, alto contenuto di grassi monoinsaturi, fibre, proteine, vitamine e minerali), favorisce il dimagrimento e l’aumento di massa magra riducendo al minimo l’insulino resistenza.


Per la maggior parte degli aborigeni, invece, lo stile di vita occidentale, caratterizzato da una ridotta attività fisica e da una dieta ricca di energia (ricca di carboidrati raffinati insieme a grassi saturi), favorisce l’obesità e massimizza la resistenza all’insulina [39].

Inoltre, studi osservativi sulle popolazioni odierne di cacciatori-raccoglitori, tra cui gli Hazda della Tanzania, gli Hiwi in Venezuela e gli Ache in Paraguay, dimostrano ancora che le MCD sembrano essere sconosciute in queste tribù e comunità [39-47].


CRITICHE ALLA TEORIA DEL DISACCORDO EVOLUTIVO


Ovviamente, come ogni concetto che diverge dalla “normalità” e minaccia la nostra zona di comfort creando dissonanze cognitive, le critiche non potevano di certo mancare.


CHE SENSO AVREBBE ADOTTARE LA TEORIA DEL DISACCORDO EVOLUTIVO PER LA PREVENZIONE DELLA SALUTE, SE L’UOMO CACCIATORE-RACCOGLITORE MORIVA A 30 ANNI?

Non è vero! I famosi 30 anni per gli uomini e 35 per le donne sono riferiti all’età media di quel tempo. Per ovvi motivi legati alle condizioni igieniche precarie, battaglie tra tribù rivali, attacchi di animali selvatici, ferite da contusione o taglio ecc. la mortalità infantile e le morti premature erano alte e se le sommiamo alle poche morti in età senile avremo un valore molto basso. Inoltre, abbiamo relativamente poche ossa umane del periodo pre-agricoltura, perché ci vogliono alcune condizioni molto insolite per conservare i resti umani per più di 10.000 anni.

Quindi, è molto approssimativo suggerire che questi resti sono rappresentativi di tutta la popolazione umana in quel momento. L’esame di queste ossa pre-agricole è ulteriormente offuscato dal confronto fatto con ossa contemporanee, dove l’età della morte dell’individuo è più facilmente accertabile [60]. Gli unici dati credibili sono quelli provenienti dagli studi osservativi sulle popolazioni di cacciatori-raccoglitori odierne, i cui membri possono raggiungere tranquillamente i 70 anni di età [39-47].

MA CI SAREMO ADATTATI IN 10.000 ANNI, NO?

Per oltre il 99% della nostra storia evolutiva gli esseri umani hanno vissuto in piccoli gruppi nomadi senza domesticare piante o animali. Questo stile di vita di caccia e di raccolta è l’unico adattamento stabile e persistente che l’uomo abbia mai raggiunto. È generalmente riconosciuto che non è trascorso abbastanza tempo dall’invenzione dell’agricoltura 10.000 anni fa affinché si siano verificati cambiamenti significativi nel patrimonio genetico umano e che [61-77].

Comunque, solo 12 alleli sono stati oggetto di selezione negli 10.000 anni circa nel genoma umano, una quantità relativamente insignificante. Tra questi troviamo alleli responsabili della pigmentazione della pelle, del colore degli occhi, del sistema immunitario, del metabolismo degli acidi grassi e della vitamina D [78].


Ma le critiche maggiori provengono dalla persistenza dell’enzima lattasi, oggetto di forte selezione nel genoma umano nel periodo post agricolo [79,80]. Secondo uno studio genetico effettuato sui resti di 230 antichi individui nella regione Euroasiatica, la prima apparizione dell’allele per la lattasi è presente in un individuo che visse tra il 2300 e il 2200 a.C. circa in Europa Centrale [78]. E’ vero! Qualcuno un minimo si è adattato. Ma il paradosso è che la selezione di questi alleli è stata dimostrata avere un potenziale legame con la celiachia, la colite ulcerosa, la sindrome dell’intestino irritabile e molto probabilmente con tutte le malattie autoimmuni [78]. In pochi ci siamo adattati alle diete agricole a base di latticini e cereali e quei pochi ne pagano il prezzo con le malattie autoimmuni. E questo non fa altro che confermare la teoria del disaccordo evolutivo!


Ulteriore conferma, e non per una strana coincidenza, e data dal fatto che le due intolleranze più famose al mondo sono il glutine e il lattosio, contenute appunto in cereali e latticini, due tipologie di cibo introdotte recentemente nella storia evolutiva umana.


Per non contare che al glutine siamo molto probabilmente tutti sensibili, chi più e chi meno. Dopo aver ingerito dei cereali contenenti glutine, come potrebbe essere un piatto di pasta al parmigiano, spesso si finisce per collassare sul divano stanchi, con dolori e gonfiore addominale, mente annebbiata, flatulenza e tutti gli altri sintomi della sensibilità al glutine non celiaca NCGS (non-celiac gluten sensitivity), sintomi che riteniamo essere normali perché li abbiamo da sempre.

Recenti studi suggeriscono che attualmente, almeno il 6% della popolazione americana soffre di questo disturbo [81-84] e tutti almeno una volta nella vita abbiamo avuto sintomi della sensibilità al glutine non celiaca, condizione che potrebbe essere transitoria e dovuta alla permeabilità intestinale [85].

Ovviamente, l’argomento è molto complesse e i dati sulle persone affette da questo disturbo da glutine sono molto riduttivi visto l’estrema difficoltà di diagnosticare tale condizione.

Nel frattempo nessuno è allergico alla carne. L’abbiamo mangiata per milioni di anni.


Per ora esamineremo solo queste due critiche, le più importanti. In un altro articolo analizzeremo le abitudini alimentari dei cacciatori-raccoglitori e risponderemo alle relative critiche.
CONCLUSIONI: RITORNARE ALLE NOSTRE ORIGINI DI CACCIATORI E RACCOGLITORI

Le MCD e l’obesità dilagano sempre di più nonostante le raccomandazioni della medicina preventiva, che sembra essere in totale confusione, incapace di mantenere le promesse date per la prevenzione della salute. Non si capisce ancora cosa si dovrebbe mangiare e che stile di vita si dovrebbe adottare per mantenersi sani e scongiurare l’insorgenza di problematiche di salute.

Queste carenze e lacune possono essere colmate adottando premesse evolutive come la teoria del disaccordo evolutivo.

Il corpo umano, che riflette adattamenti stabiliti nel tardo Paleolitico (50.000-10.000 aC), non è adatto allo stile di vita odierno, bensì a quello del cacciatore-raccoglitore come la teoria del disaccordo evolutivo spiega [5].

Questo non vuol dire che dobbiamo imbragare arco e frecce e armarsi di clava per andare ad abbattere qualche animale nella foresta più vicina, come la stupidità e ignoranza di molte persone suggerisce appena sentono parlare di teorie evolutive e promozione della salute.

L’obiettivo è adattare lo stile di vita di caccia e raccolta, in termini di attività fisica, alimentazione, integrazione alimentare, riposo e controllo degli agenti stressanti alla vita di tutti i giorni. Noi di EVOplus siamo maestri in questo e da anni adottiamo questa strategia ottenendo risultati incredibili.


La logica e la semplicità sono alla base della promozione della salute e dovremmo tornare a vivere nel modo più naturale possibile. Questa è la nostra unicità e il nostro metodo. Vieni a scoprirlo insieme a noi. Lascia esprimere i tuoi geni al meglio e otterrai risultati mai creduti possibili.

EVOplus - Lifestyle Revolution

REFERENZE

1. Pedro Carrera-Bastos, Maelan Fontes-Villalba, James H O’Keefe, Staffan Lindeberg, Loren Cordain. The western diet and lifestyle and diseases of civilization. Research Reports in Clinical Cardiology 8 March 2011.

2. Global Status Report on Noncommunicable Diseases 2014. WHO. See http://www.who.int/nmh/publications/ncd-status-report-2014/en/.

3. Alwan A, MacLean D. A review of non-communicable disease in low and middle-income countries. International Health 2009; 1:3–9.

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L’epidemia silenziosa » Dott.ssa Vanessa Di Nepi

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Dott.ssa Vanessa Di Nepi Osteopata

Obesità, l’epidemia silenziosa

Ricerche recenti apparse sulla rivista Scientific American sostengono che l’accumulo di grasso corporeo desensibilizza la leptina, quell’ormone che mette a freno la fame comunicando all’ipotalamo quando è sufficiente la quantità di cibo introdotta; questo spiegherebbe perchè più si è grassi più si tende ad accumulare grasso, più non riusciamo a smettere di mangiare. L’obesità aumenta l’attività di un’enzima MMP2 (metalloproteinasi), il quale scinde una parte del recettore della leptina nell’ipotalamo, compromettendo così la funzionalità dell’ormone nel regolare il processo di sazietà.

Prendendo spunto da queste ricerche, mi piacerebbe parlare di un argomento “scomodo” per la maggior parte delle persone che preferisce non sapere quanto l’accumulo di grasso corporeo, (ma non solo… direi la perdita di contatto con noi stessi che si nasconde dietro questo fenomeno ) può essere pericoloso per la salute psicofisica.

In realtà oggi ci troviamo di fronte a un’epidemia silenziosa (come mi piace definirla…), perchè nessuna se ne preoccupa? Siamo un popolo in sovrappeso, i vostri figli sono in sovrappeso, le generazioni future saranno in sovrappeso se non cominciamo a prendere coscienza di questo fenomeno con le dovute precauzioni e non ci attiviamo SUBITO per cambiare stile di vita.

OECD.org

VI guardate allo specchio, vi vedete con qualche “chiletto in più” (che anno dopo anno continua ad aumentare) e vi dite che in fondo è tutto normale… con l’avanzare dell’età, con la menopausa nel caso delle donne, fare la dieta è troppo faticoso… muoversi ancora di più …ogni scusa è buona pur di non guardare in faccia il problema.

Ma intanto il corpo continua ad accusare il colpo giorno dopo giorno, pasto dopo pasto e nel medio o lungo termine finirà per utilizzare le sue risorse ammalandosi: è l’ultimo, strenuo segnale per richiedere la vostra attenzione!!!

L’accumulo di grasso corporeo (soprattutto a livello addominale dove favorisce il rilascio di citochine, sostanze infiammatorie) conduce alle malattie degenerative quali: diabete, disturbi nella conduzione nervosa, arteriosclerosi, malattie autoimmuni, patologie degenerative a livello osteo-articolare, disturbi del sonno, depressioni, infiammazioni sistemiche.

Ma questo è un fatto già noto, eppure l’obesità continua a crescere in modo vertiginoso. L’aumento ponderale dipende solo da quello che mangiamo o ci sono anche altri fattori che concorrono? Perchè è così pericolosa questa patologia? La risposta alla prima domanda è affermativa… si, esistono altri fattori importanti che incidono sull’obesità: fattori genetici (il ruolo di alcuni enzimi e ormoni ), fattori ambientali (stress, influenze ambientali, relazioni sociali), stile di vita (alimentazione, attività fisica, qualità del sonno, esposizione al sole, attuazione di scelte consapevoli). È l’equilibrio tra tutti questi fattori a porre le basi per la salute o la malattia. Mi soffermerò in particolare sul primo punto perchè ritengo essere quello di maggior interesse in questo articolo.

Fattori Genetici
I grassi… questa parola che mette tanta paura a tutti coloro che cercano di perdere peso (e che non hanno approfondito a sufficienza la questione) in realtà sono il vostro miglior alleato nel perdere grasso e vediamo perchè. Come già spiegato in altri articoli da me scritti (La correlazione tra il dolore e l’alimentazione moderna) ci siamo evoluti utilizzando il metabolismo dei grassi, il nostro corpo, i nostri geni, sono settati su questo sistema energetico. Il compito del tessuto adiposo è duplice: da un lato procura un isolamento e ci mantiene caldi, dall’altro lato fornisce energia e una protezione per gli organi interni e per le strutture più deboli.

Le cellule adipose (adipociti) sono di tre tipi: bianche (si occupano di accumulare grassi sotto forma di trigliceridi e sono la nostra riserva energetica), brune (si occupano di produrre calore ), beige (hanno caratteristiche intermedie tra le bianche e le brune). Il grasso entra ed esce dalla cellula (in base ai livelli di insulina e di glucosio presenti nel torrente circolatorio, sotto forma di acidi grassi) per essere usato a fini energetici, se non viene usato ritorna nella cellula adiposa trasformandosi in trigliceride. Gli acidi grassi sono elementi fondamentali per il nostro corpo. QUESTA È LA FORMA CHE IL NOSTRO CORPO UTILIZZA DA SECOLI PER PRODURRE CARBURANTE. Ma se mangiamo troppi zuccheri (compresi farine anche integrali, amidi, lieviti, latticini) il corpo è impegnato a usare il glucosio come energia e stipa i grassi sotto forma di deposito, attivando l’insulina: è quest’ormone a decidere quali elementi usare per fornire energia, il glucosio in eccesso che l’insulina non riesce ad abbassare si trasforma in grasso.

Vorrei fare un passo indietro ai trigliceridi, la forma in cui accumuliamo grasso: gli acidi grassi che entrano nella cellula e si legano ad altre due molecole di acidi grassi e glicerolo danno vita ai TRIGLICERDI (attraverso un processo noto con il nome di esterificazione). I trigliceridi sono molecole molto grandi (al contrario degli acidi grassi che essendo molecole piccole possono attraversare la membrana cellulare) una volta entrate nella cellula non possono più uscire (da qui l’accumulo adiposo) a meno che non vengano scisse di nuovo in acidi grassi e glicerolo attraverso l’ azione dell’insulina. Essa svolge il suo ruolo attivando due enzimi LPL e HSL.

LPL (LIPOPROTEINLIPASI)

LPL (LIPOPROTEINLIPASI) è quell’enzima che si attacca alle membrane di cellule di varia natura (infatti ha recettori su tutte le cellule del corpo ), sequestra gli acidi grassi dal torrente circolatorio e li spinge nella cellula (es. fa entrare grasso nella cellula muscolare dove verrà usato come carburante; nella cellula adiposa rendendola più grassa). Quest’enzima in buona sostanza è quello che ci rende più grassi. Negli uomini la sua funzione è maggiore nel tratto intestinale (di fatto questa è l’area in cui gli uomini tendono ad accumulare più grasso). Con l’avanzare dell’età la diminuzione dei livelli ormonali di testosterone rende ancora più efficiente l’attività dell’LPL. Nelle donne invece l’attività dell’ enzima è più elevata al di sotto della vita (ecco perchè tendono ad avere in quest’area più accumulo adiposo). Incidono anche i livelli di estrogeni che possono influenzare l’enzima LPL (se sono troppo bassi rendono più operoso l’enzima).

HSL (HORMONE SENSITIVE LIPASI)

HSL (HORMONE SENSITIVE LIPASI) è quell’ enzima che rende le nostre cellule più magre, perchè scinde i triglicerici in acidi grassi e glicerolo così che possano attraversare la membrana cellulare, raggiungere il sangue e d essere usati come carburante. L’insulina, anche in quantità minime, inibisce la sua funzione, facendo rimanere i trigliceridi all’interno della cellula adiposa.

Il direttore d’orchestra è sempre l’insulina: se troppo alta aumenta attività dell’ LPL (facendoci accumulare grasso), rende meno efficace l’ormone HSL (il glucosio in eccesso stimola il glicerolo nella cellula ad aumentare, si lega ad altri acidi grassi dando vita a nuovi triglicerdi), inibisce l’enzima LPL delle cellule muscolari (che non usano più le riserve di grasso come fonte energetica ma il glucosio, così i grassi tornano nella cellula).

Decisamente a questi fattori genetici si aggiungono i fattori ambientali(stress, relazioni sociali) e lo stile di vita(alimentazione, attivita’ fisica, qualita’ del sonno, esposizione al sole), che lavorano in tandem per mantenere il corpo in equilibrio.

Ma perchè questa patologia è cosi pericolosa? Abbiamo visto in precedenza che uno dei ruoli del tessuto adiposo è quello di fornire una protezione agli organi interni. L’adiponectina è una proteina appartenente alla famiglia delle citochine, che viene sintetizzata dagli adipociti bianchi maturi. Essa sembra svolgere un importante ruolo protettivo e antinfiammatorio per gli organi interni. Nell’obesità ( soprattutto femminile) i livelli di questa proteina sono molto bassi, aumentando cosi il rischio di sviluppare tutte le patologie ad essa correlate: insulino e leptino/resistenza, diabete, infarto miocardiaco, artriti e degenerazione ossea.

Gli adipociti, quando aumentano di volume, bloccano l’afflusso di sangue e ossigeno ai tessuti; il corpo, il cui scopo primario è quello di tenerci in equilibrio a tutti i costi, si difende richiamando calcio dalle ossa e trattenendo vitamina D da un lato e dall’altro costringendo il cuore a produrre nuovi capillari: si sviluppa il terreno per tutte le patologie degenerative.

Se aumentano troppo, gli adipociti, per non scoppiare, organizzano la sintesi proteica producendo citochine e macrofagi che aumentano così lo stato di infiammazione sistemica e predispongono alle patologie autoimmuni. Le citochine si producono in assenza di ossigeno, quindi la cellula cambia l’utilizzo del suo substrato energetico, invece di consumare grassi per produrre energia, usa il glucosio presente (glicolisi), che si consumerà molto rapidamente trasformandosi in acido piruvico e poi in acido lattico, aumentando cosi lo stato di acidosi nei tessuti.

DISFUNZIONE MITOCONDRIALE

La presenza di glucosio eccessivo in circolo porta anche a una disfunzione mitocondriale: i mitocondri (le nostre centraline energetiche) sono meno attivi e non riescono a svolgere le loro funzioni. L’eccesso di glucosio verrà trasformato dall’insulina in acido palmitico che altera la sensibilità alla leptina (leptino-resistenza). La leptina è molto dannosa anche a livello articolare e cartilagineo perchè è in grado di insinuarsi nel liquido sinoviale corrodendo le articolazioni.

GLICAZIONE

C’è anche un altro fenomeno legato all’eccesso di glucosio che provoca danno articolare è la GLICAZIONE: l’eccesso di glucosio provoca una modificazione irreversibile a livello delle proteine del sangue e dei tessuti dell’organismo, comprese le articolazioni le quali sono particolarmente sensibili e incapaci di riprodursi, quindi una volta distrutte non sono in grado di moltiplicarsi. La cartilagine diventa sempre più fragile fino a sgretolarsi.

Il corpo è in salute quando tutti i fattori (genetici, ambientali, stile di vita) sono in equilibrio tra di loro. Molti di voi mi dicono: ma io sto bene, le analisi sono perfette… eppure vi ammalate con molta frequenza, fate uso di farmaci, dormite male la notte, soffrite di dolori di qualunque natura, la maggior parte sono in sovrappeso, dimostrate il doppio dell’età che in realtà avete…quindi a questo punto non si tratta più di essere sani o malati….ma di qual è la qualità della vostra vita??

Abusiamo del nostro corpo come se fossimo immortali, non ci preoccupiamo di ascoltare i messaggi che con pazienza ci invia, ne violiamo i confini spudoratamente, finendo per sopravvivere più che vivere; e prima o poi il corpo, incapace di resistere a tutti questi insulti perpetrati negli anni, finisce per cedere… Sono un’ottimista e sono convinta che attuando scelte consapevoli, non solo per noi ma anche per i nostri figli è ancora possibile invertire questo processo… ma è necessario ricostruire quei mattoncini che rappresentano i capisaldi per la nostra salute è necessario prendere coscienza, informarsi, scegliere di voler vivere bene anche invecchiando!

Dott.ssa Vanessa Di Nepi
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La dieta alcalina come rimedio all’acidosi cronica » Prof. Geppy Ribaudo

Prof. Geppy Ribaudo

La dieta alcalina come rimedio all’acidosi cronica

Eccoci alla seconda parte dell’articolo (trovi qui la prima parte).

Abbiamo visto quali sono le conseguenze fisiche dell’acidosi. Ora vediamo cosa poter fare per invertire questo stato di cose. Il cibo e le bevande che utilizziamo ogni giorno sono “produttori di acido”: latte, latticini, proteine animali come anche tutti i cereali, dolci, dessert, vino, birra e caffè sono alimenti acidi. Ancora peggio i pasti veloci come quelli offerti dai fast-food e gli alimenti precotti. Per eliminare l’acidità organica e rallentare o inibire il processo di distruzione cellulare bisogna intervenire quindi modificando l’alimentazione e adottare una dieta che privilegi l’assunzione di alimenti alcalini come vegetali, frutta fresca, noci, limitando quelli acidi, come cereali, carni e formaggi, alcolici, bevande gassate tipo cola e cibi molto salati.

La dieta alcalina consiglia di consumare ogni giorno il 70-80% di alimenti alcalini per compensare l’assunzione del restante 20/30% di alimenti acidi, comunque necessari alla vita, soprattutto se consideriamo la necessità di un corretto apporto proteico alla nostra alimentazione. Tale modello alimentare è nettamente più vicino a quello seguito dall’uomo fino alla scoperta dell’agricoltura (Paleo Diet?) rispetto all’attuale.

Vediamo, nello specifico, quali e quanto sono acidi alcuni cibi e quali quelli alcalini. Il valore positivo accanto all’alimento indica l’acidità; più è alto questo valore e più il cibo è acido. Il valore negativo indica la basicità dell’alimento; più è alto e maggiormente riesce ad abbassare l’acidità nei fluidi corporei. Esaminiamoli uno per uno e poi tiriamo le nostre conclusioni.

Intanto notiamo che tra i cibi più acidi in assoluto ritroviamo i latticini. Ma come? Non ci hanno detto per tanti anni che il latte è l’alimento più completo in assoluto? Non ci hanno ripetuto, sino a farci venire il mal di testa, che se vogliamo dare il calcio alle nostra ossa dobbiamo mangiare il parmigiano (+34,2 di acidità). Ora lo ritroviamo tra gli alimenti che causano maggiormente l’acidosi cronica. Qualcuno potrà obbiettare che comunque ci rifornisce del nostro fabbisogno giornaliero di calcio. Falso!

Compensare un alimento con un grado di acidità +34,2 sarebbe quasi impossibile con l’alimentazione. Dovremmo mangiare almeno una tonnellata di verdura, cosa impossibile ed anche controproducente. Costringeremmo, quindi, il nostro corpo ad attuare le misure compensatorie evidenziate nella prima parte dell’articolo. Saremmo costretti a prelevare i sali minerali dalle nostre strutture organiche per mantenere l’omeostasi del nostro ph.

Quali sono le strutture del nostro corpo che hanno la maggiore quantità di sali? Ed ancora qual è, oltre al bicarbonato di sodio, il minerale maggiormente alcanalizzante? La risposta per quanto sconcertante è la seguente: il calcio e le nostra ossa sono i depositi maggiori di questo minerale.

Paradossalmente, l’alimento che ci hanno sempre suggerito contro l’osteoporosi, in definitiva è proprio quello che ci reca più danni. Vediamo, anche, gli altri alimenti. Ci continuano a dire che che la carne e le proteine animali sono acide. Nella tabella vediamo, però, che il riso ed i tanti amati fiocchi di l’avena sono decisamente più acidi della carne. I cereali, in genere, hanno uno stesso grado di acidità della carne/pesce/uova. Alla luce di quanto visto credo che abbiate capito tutti che qualcosa non quadra.

I vegani esaltano le proprietà negative, acide, della carne non considerando che la tabella degli alimenti acidi/alcalini afferma esattamente il contrario.

Che fare allora? Esattamente quanto detto precedentemente e cioè consumare ogni giorno il 70-80% di alimenti alcalini per compensare l’assunzione del restante 20/30% di alimenti acidi. Abbinare ad ogni pasto una quota proteica/acida a 2-3 quote alcaline composta prevalentemente di verdure e poca frutta. Tornare , cioè, a quanto facevamo prima dell’avvento dell’agricoltura e dell’alimentazione industriale.

Ma un’alimentazione alcalina non basta. Ancor di più fondamentale importanza è l’acqua. Il nostro corpo è costituito per il suo 60% di acqua che è quindi il costituente principale del nostro organismo, tant’è vero che senza assumere acqua la morte sopraggiunge nell’arco di pochi giorni. L’acqua svolge, infatti, innumerevoli e vitali funzioni: è un ottimo solvente per numerose sostanze chimiche; regola il volume cellulare e la temperatura corporea; favorisce i processi digestivi; consente il trasporto dei nutrienti e la rimozione delle scorie metaboliche. È fondamentale quindi assicurare al nostro corpo una corretta idratazione ma soprattutto una idratazione con un’acqua che sia biologicamente corretta, ovvero alcalina, cioè ricca di Sali minerali!

La specie umana originatasi e evolutasi nella Rift Valley, prima di partire alla colonizzazione del mondo, si è abbeverata per milioni di anni nelle acque del lago Turkana, il lago alcalino più grande al mondo con un Ph di circa 9,5-9,7.

Lago Turkana

Ma anche i laghi Malawi e Tanganika ed Eyasi hanno un Ph compreso tra l’8,2 e il 9,4.I milioni di anni trascorsi dalla specie uomo nella Rift Valley hanno scolpito nei nostri geni e la chimica del nostro organismo che si è evoluto con una grande disponibilità di liquidi basici necessari ad esplicare tutte le sue funzioni e al mantenimento di una omeostasi alcalina.

L’acqua del rubinetto, comunemente considerata potabile, ha un pH che varia da città a città, ma che è quasi sempre neutro. Ed è purtroppo anche caratterizzata negativamente dalla presenza di metalli pesanti.

Recente è la scoperta di elevate quantità di arsenico, un metallo di elevatissima tossicità, collegato al carcinoma della vescica e mammario, e ad alcune neoplasie della pelle. Altro grande problema che presenta l’ acqua di rubinetto è il fatto che è sottoposta alla clorazione, cioè il trattamento di disinfezione ha lo scopo di distruggere completamente i microrganismi battericidi patogeni. Questo processo se da un lato disinfetta l’acqua dall’altro favorisce il rischio di sviluppare il cancro alla vescica e al colon.

Purtroppo anche l’ acqua in bottiglia di plastica che compriamo al supermercato presenta i suoi problemi. Anche se imbottigliata da una sorgente alcalina (per esempio l’ “Acqua Panna” ha 8,1), perde quasi subito la sua basicità, perché la plastica permette al biossido di carbonio dell’atmosfera di passare nell’acqua contenuta e questo forma acido carbonico che abbassa così il pH dell’acqua. Inoltre il pH riportato nelle etichette è misurato alla sorgente, dove l’ acqua generalmente è molto fredda e visto che il pH tende ad abbassarsi con il caldo, ci ritroviamo poi a bere nelle nostre tavole un’ acqua sostanzialmente sempre neutra o acida, anche se inizialmente era alcalina. Le bottiglie di plastica presentano, inoltre,il problema del Bisfenolo A, prodotto organico della plastica stessa, che può dare problemi cardiovascolari, diabete e danni epatici.

Si sa ormai da anni che la plastica sia un elemento dannoso alla salute, ma è un problema destinato a non trovare una soluzione. Le industrie delle acque minerali, non sarebbero più in grado di stare sul mercato a causa dei forti costi di produzione se, al posto delle bottiglie di plastica, dette industrie dovessero usare le più sane bottiglie di vetro, come si usava una volta.

È ormai noto anche alla stampa che l’esposizione alle fonti di calore, e quindi alla luce solare, dell’acqua in bottiglia di plastica, è altamente dannosa per la salute. Il calore infatti reagisce con i prodotti chimici della plastica rilasciando diossina, imputata di essere una delle principali responsabili nella formazione del cancro al seno.

Immaginiamoci cosa succede quando un carico di acque minerali in plastica sono trasportate dal nord verso il sud esposte a tutte le intemperie!

A questo punto cosa bisogna fare? Cercare assolutamente un’acqua che corrisponda alle nostre esigenze e che cioè sia alcalina, ricca di sali minerali e biodisponibile. Attualmente , in commercio, è disponibile un ionizzatore che soddisfa tutte queste caratteristiche: Acqua Kangen.

Nata in Giappone dall’osservazione della longevità della popolazione degli Hunza ed utilizzata successivamente negli ospedali giapponesi é diventata presidio medico e poi commercializzata in tutto il mondo.

I benefici di Acqua Kangen

Antiossidante: Acqua Kangen ha delle proprietà antiossidanti straordinarie, donandoti energia attraverso l’ossigeno attivo. Ha una forte carica negativa di ORP (potenziale di ossido riduzione). La normale acqua di rubinetto ha un ORP sopra lo zero e quindi positivo, con dei valori medi elevati, e di conseguenza non ha nessun potere antiossidante.

Equilibrio del pH: le malattie prosperano in un ambiente acido, mentre non possono sopravvivere in un ambiente alcalino. Aumentando il pH, il tuo corpo è in grado di utilizzare tutte le sue difese immunitarie per combattere batteri, virus e malattie. Quando il pH del corpo è bilanciato verso il 7.0, tutte le funzioni dell’organismo lavorano in maniera ottimale, compreso il sistema immunitario. Siamo sempre alla ricerca di un pH equilibrato, ed Acqua Kangen ti aiuta a trovare il giusto equilibrio e stabilizzarlo nel tempo.

Disintossicazione: quando cominci a bere Acqua Kangen alcalina, inizi a pulire il tuo apparato digestivo, il primo passo per iniziare una corretta disintossicazione. Senza un intestino pulito, una corretta disintossicazione dei tessuti sarebbe molto difficile. Acqua Kangen ti offre diversi livelli di acqua con pH alcalini, è importante per le persone che hanno sviluppato un accumulo di sostanze tossiche nel corpo, inizino a bere Acqua Kangen partendo dal livello più basso, ovvero pH 8.5. Questo permette una disintossicazione graduale regolando il proprio livello di pH. Poi si può aumentare il grado di pH a 9.0 e, successivamente , a 9.5

Idratazione: l’acqua ionizzata ha una capacità maggiore di muoversi nel corpo umano del 30% in più rispetto all’acqua convenzionale. L’acqua Kangen ha un potere di idratazione sei volte maggiore rispetto all’acqua normale. Nei torrenti di montagna dove l’acqua rimbalza sulle rocce, produce l’effetto di ionizzazione attraverso la creazione di ioni di idrossido. Questo si verifica anche nelle cascate o quando le onde si infrangono sulle rocce o sulla spiaggia. Le molecole di acqua normale formano gruppi di 10 o più grappoli, mentre Acqua Kangen ha una struttura di circa 6. Questa struttura molecolare si presenta in forma esagonale, penetra nel tessuto del tuo corpo più efficacemente ed è più assorbibile dall’organismo rispetto all’acqua normale. Viene chiamato micro-cluster o acqua micro strutturata, con ha una capacità di idratazione di gran lunga superiore. Ogni aspetto della guarigione può essere rafforzata attraverso una corretta idratazione, aumentando l’energia disponibile dell’organismo.

La maggior parte delle diete comportano una riduzione dell’apporto calorico ed una costante attività fisica per incrementare il metabolismo. Ciò che molte diete non riescono a sottolineare è l’importanza dell’acqua alcalina. L’acqua è alla base di tutto ciò che porta alla perdita del peso in eccesso. Attraverso l’acqua il tuo fegato riesce ad utilizzare e metabolizzare il grasso immagazzinato per trasformarlo in energia. L’acqua favorisce il trasporto delle sostanze nutritive attraverso il corpo, contribuendo alla costruzione di massa muscolare durante gli allenamenti o quando svolgi esercizio fisico finalizzato alla perdita del peso. Un aumento della massa muscolare porta ad un aumento del tasso metabolico. Quando si beve acqua, i nervi simpatici vengono stimolati, attivando il metabolismo energetico ed aumentando il consumo calorico, che si traduce in perdita di peso. Quando si stimolano i nervi simpatici, si secerne adrenalina. L’adrenalina attiva la lipasi, un ormone sensibile che si trova nel tessuto adiposo, e rompendo i trigliceridi in acidi, grassi e glicerolo, rende più facile bruciare il grasso accumulato nel corpo. Ci sono delle ricerche che evidenziano come il consumo calorico aumenta attraverso il consumo di acqua alcalina.

I benefici dell’acqua acida

Pelle, capelli e cuoio capelluto: poiché la pelle ed i capelli sono leggermente acidi, l’acqua acida è perfetta. Quando l’acqua acida viene applicata sulla pelle agisce come astringente ed aiuta ad eliminare le rughe. Al contrario degli altri astringenti non lascia nessun tipo di residuo chimico sulla pelle. L’acqua Kangen aiuta anche nei casi di macchie della pelle ed acne. Per ottenere una pelle più morbida è consigliabile aggiungere 3 – 4 litri di acqua acida all’interno della vasca da bagno prima di immergersi. Dopo la doccia è consigliabile versare dell’acqua acida sopra la testa. Inoltre è adatta per le verruche ed i funghi, per la cura di eruzioni cutanee, ferite, graffi,etc. Per pelle secca è consigliabile starne in ammollo per circa 20 – 30 minuti. L’Acqua Kangen acida aiuta anche a rimuovere i pungiglioni dopo le punture di insetto ed il gonfiore derivato dalle punture di zanzara.

Favorisce la crescita delle piante: la crescita e la salute delle piante può essere rafforzata con l’uso dell’acqua Kangen acida. Le piante crescono molto bene se il terreno è leggermente acido, di conseguenza il pH dell’Acqua Kangen acida è perfetto.

Ritarda la crescita batterica: l’acqua acida ionizzata è in grado di uccidere i batteri al contatto. La sua efficacia dipende da quanto sarà alto il valore di ORP e dal pH. Con un pH 2.5 ed un valore ORP di + 1100 mV i batteri vengono uccisi al contatto con l’acqua acida.

L’alimentazione non è l’unico stimolo acido. Anche le preoccupazioni, l’ansia, la paura, la stessa attività fisica, lo stress sono fattori in grado di produrre acidità organica, e così pure le sostanze inquinanti e le eventuali tossine presenti nell’ambiente in cui viviamo. Allenamenti giornalieri in palestra, training prolungati, allenamenti aerobici ed anaerobici senza i dovuti recuperi sono altri elementi che vanno controllati. Voglio ricordare che l’acido lattico, prodotto di scarto di un allenamento anaerobico, è, per l’appunto, un acido. Ricordo, inoltre, che gli allenamenti aerobici di durata sono tra gli stimoli , proprio per lo scambio respiratorio, con la maggiore produzione di radicali libero.

Alleniamoci, dunque, tenendo sempre presente questi elementi. Utilizziamo integratori alcalini nel pre o post allenamento anaerobico (Basenpulver). Recuperiamo tra un training ed un altro. Limitiamo i nostri allenamenti a tempi inferiori ai 60 minuti.


A questo punto credo di avere dato tutti gli elementi per dare una svolta decisa e netta alla vostra vita. A voi la scelta se continuare a seguire un’alimentazione acida, uno stile di vita acido o passare ad una alimentazione e stile di vita alcalino.

Siamo acidi! L’acidosi organica cronica » Prof. Geppy Ribaudo

Prof. Geppy Ribaudo

Prof. Geppy Ribaudo

L’acidosi organica cronica è venuta alla ribalta negli ultimi anni in ambito scientifico come causa principale di moltissime delle più comuni patologie, non ultima il cancro.

Ogni organismo, per mantenersi in vita, deve mantenere il suo l’equilibrio dinamico vitale, ovvero la sua omeostasi, a livello cellulare, ematico, organico.I fattori che influenzano il movimento delle sostanze attraverso la membrana cellulare (osmosi) sono grandezza delle molecole, solubilità, carica elettrica, viscosità del sangue e quantità di muco congestionato sulle pareti delle cellule. Tutte le cellule hanno una caratteristica comune: il citoplasma ha una reazione alcalina (negativa) e il nucleo ne ha una acida (positiva), ciò crea una differenza di potenziale elettrico tra il citoplasma ed il nucleo.Questa differenza di potenziale elettrico determina la vitalità delle cellule. Se questo potenziale elettrico si riduce sotto un certo livello la cellula si ammala ed eventualmente può anche morire.Quando il sangue porta con sé molte sostanze acide, per esempio le tossine, le stesse possono penetrare all’interno delle cellule e neutralizzare l’alcalinità del citoplasma. Se la concentrazione delle tossine nella circolazione del sangue è più alta di quella nelle cellule, le tossine continueranno a fluire nel citoplasma delle cellule e, eventualmente, precipitare creando dei cristalli.

Periodicamente, durante i periodi in cui la vitalità è elevata, l’organismo tenta di correggere questa condizione attraverso delle acute crisi di guarigione (le cosiddette “malattie”). Dopo molti anni, se una persona non migliora le sue abitudini di vita, verrà a crearsi uno stato di acidosi cronica che, purtroppo spesso sottovalutata, è una vera e propria malattia.

Anzi, si potrebbe affermare che, come sostiene il chirurgo di fama mondiale, il dott. George W. Crile, non esiste la morte naturale. Tutti i casi così definiti sono soltanto il punto finale di una progressiva acidificazione dell’organismo. L’acidosi precede e causa le malattie, abbassa la resistenza dell’organismo e ne riduce le funzioni organiche. Un corpo originariamente sano alla fine soccombe alle malattie quando la sua stessa produzione di acido si accumula ad un punto tale che non è più in grado di opporvi resistenza.

Mal di testa, raffreddore, eruzioni cutanee, ascessi, reumatismi, stati infiammatori persistenti, catarro, febbre, sono solo alcuni dei segnali di acidosi che il nostro corpo ci invia, e sono una conseguenza dell’accumulo di rifiuti acidi nel nostro corpo.

Il nostro sangue è leggermente alcalino ed in condizioni normali il suo pH varia tra 7,35 e 7,45. Il mantenimento di questi valori è dato dal sottile equilibrio tra produzione ed escrezione di sostanze alcaline e acide. Il nostro corpo attua costantemente le proprie difese compensatorie per il mantenimento della sua omeostasi, soprattutto attraverso reni e polmoni. Il meccanismo respiratorio elimina o trattiene acido carbonico aumentando o diminuendo rispettivamente il pH ematico, mentre quello renale elimina o trattiene ioni idrogeno H+ o tampona prelevandoli dai minerali presenti nelle stesse strutture corporee: calcio, magnesio, potassio, sodio presenti in vasi, strutture cellulari, denti, capelli, ossa.

Queste alcune delle problematiche legate ad un acidosi cronica:

CELLULITE

L’eccesso di acidi rallenta l’osmosi cellulare e il passaggio di nutrienti nelle cellule determinando un ristagno che si traduce nell’antiestetico effetto buccia d’arancia. Ci sono poi delle zone di elezione di accumulo dell’acido in eccesso, prima che questo venga espulso nella donna attraverso il ciclo: il sangue, la placenta, il bacino, le cosce, i glutei e le braccia.

Se l’alimentazione e lo stile di vita sono in buon equilibrio acido-base l’organismo, normalmente, accumula scorie acide solo nel sangue e nella placenta. Ma se l’apporto acido è in eccedenza, associato magari con una maggiore predisposizione genetica, le scorie sono depositate nelle cosce/glutei creando quella poco estetica buccia di arancia: la cellulite.  

ARTROSI E ARTRITE REUMATOIDE

Tra i tessuti in cui tendono ad accumularsi le scorie acide citiamo quelli vascolari (per es. le cartilagini), quelli poco vascolarizzati (per es. tendini e legamenti) e quelli che si trovano intorno alle articolazioni periferiche distali o ai tessuti più freddi (per es. l’orecchio). Il deposito di acido nelle articolazioni porta al loro deterioramento con conseguente comparsa di osteoartrite ed altre malattie osteoarticolari.

GOTTA

Anche l’acido urico precipita nell’urina creando cristalli che, nel tempo, possono aggregarsi per formare dei granelli o addirittura dei calcoli. Nella gotta cronica grave, i cristalli causati dall’acidità possono depositarsi nelle articolazioni centrali più grandi e nei tessuti degli organi, reni compresi.

OSTEOPOROSI

L’indebolimento delle ossa avviene perché il corpo consuma il calcio per contrastare l’acidità, per lo stesso motivo perdiamo la massa muscolare.

DIABETE DI TIPO 2

Una eccessiva acidità del sangue abbassa la sensibilità dei recettori insulinici, costringendo il pancreas ad un superlavoro. Di contro gli acidi agiscono sulle cellule del pancreas decretandone una morte lenta.

ATEROSCLEROSI

Il calcio prelevato dalle pareti dei vasi sanguigni eccessiva acidità crea viene rimpiazzato dal colesterolo che, al contrario del calcio,è resistente all’acidità,e porta all’indurimento e all’ispessimento delle pareti dei vasi.

STRESS

Quando siamo continuamente sotto stress, tendiamo a bruciare molti nutrienti in un tempo molto ridotto, oppure, al contrario, non riusciamo ad utilizzare in modo efficiente il cibo. In ogni caso si producono più acidi di quelli che il nostro organismo è in grado di eliminare, quindi una condizione di stress troppo prolungata può accelerare, e di molto, l’invecchiamento.

Peggiore dello stress fisico è quello mentale, proprio perché è continuo e costante e non prevede momenti di pausa per smaltire l’acidità. La storia è piena di uomini e donne, magari di potere che, implicati in vicende giudiziarie e messi in prigione, nel giro di qualche anno sono prima rapidamente invecchiati, ammalati e morti.

Lo stress (e quindi l’alto livello di acidi) del cadere “dalle stelle alle stalle” li ha dapprima consumati e poi uccisi.

CICLO MESTRUALE E PERDITA DI CAPELLI

Uno dei sistemi di smaltimento degli acidi nelle donne. Non a caso le donne non soffrono di alopecia, mentre invece l’uomo, non avendo appunto il ciclo, deve attingere alle riserve dei minerali per neutralizzare gli acidi, prelevandoli dai capelli che vengono così deprivati dei loro elementi costitutivi e iniziano a diradarsi e a cadere.

TUMORI

Possiamo dire che la scienza ufficiale ha oramai riconosciuto nell’ambiente acido la causa e la crescita dei tumori. Le cellule del cancro sono cellule che da sane si sono trasformate in cancerose a causa dell’azione corrosiva di acidi alimentari e metabolici.

Più acidi produciamo, assumiamo o non riusciamo a smaltire, più elevato è il rischio di sviluppare del tessuto canceroso.

Le cellule cancerose prosperano in un pH acido di 5,5 e diventano inattive ad un pH lievemente superiore a 7,365 e trasformandosi in microzima, invece muoiono ad un pH 8,5 nel quale normalmente vivono le cellule sane. Abbiamo detto che il nostro corpo attua dei sistemi tampone per evitare un accumulo di acidosi e per mantenere, di conseguenza, il nostro sangue nel suo range ideale.

I sistemi tampone sono 2: polmoni e reni. Quello che serve sapere per quanto ci riguarda è quello renale. Spesso mi è capitato, alla mia osservazione che basta rilevare il nostro ph urinario per sapere se siamo acidi o meno, sentirmi rispondere dai medici, alcuni dei quali clienti miei, che non vi è relazione tra il ph urinario e quello ematico. Nel momento in cui asserisco che la relazione sta nel sistema tampone che il rene applica verso una condizione organica acida mi sento rispondere: AH! vero lo avevo dimenticato. Molti invece insistono sul fatto che non vi è relazione e solo dopo aver spiegato loro che il rene trattiene i sali minerali necessari a tamponare il nostro ph acido, motivo per cui le urine saranno acide, ed aver portato loro le nozioni di medicina che avrebbero dovuto studiare, si arrendono all’evidenza.

Come verificare, dunque, il nostro grado di acidità? Semplice.

Acquistiamo in farmacia delle semplicissime strisce per misurare il nostro Ph urinario. Muniti di queste strisce misuriamo il ph alle prime urine della mattina e se il suo valore è inferiore a 5,9 si è in uno stato di acidosi.

A questo punto vi chiederete come fare per non essere acidi? La risposta l’avrete nella seconda parte dell’articolo.

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Parliamo di Legumi… » Dott.ssa Tiziana Striani

Tiziana Striani

Dott.ssa Tiziana Striani Personal Trainer Top Master BIIO

PALEO DIETA E LEGUMI

Vorrei affrontare con voi un argomento e un discorso che affronto quotidianamente con i miei clienti: i “fatidici” legumi…fanno bene o fanno male? E com’è possibile che possano far male?

Purtroppo è un argomento molto discusso e si sentono pareri contrastanti.

I legumi sono considerati un cibo sano e ideale, da consigliare…e, spesso, si evitano perché ci gonfiano a livello addominale e ci appesantiscono.

La colpa è degli oligosaccaridi che nell’intestino crasso fermentano e producono metano, anidride carbonica e gas vari. Ma la questione è da considerarsi da un altro punto di vista, dato che tutti noi dovremmo evitare i legumi per altri motivi ben più importanti.

Quando affronto questo tema con le persone che seguo in palestra, leggo lo stupore e la delusione nei loro occhi mentre cerco disperatamente di allontanarli da questa malsana abitudine alimentare.

Arachidi, fagioli, lenticchie, ceci, fave, soia, etc., sono stati introdotti nell’alimentazione umana poche migliaia di anni fa e, come i latticini e i cereali, sono mal tollerati dal nostro organismo. Stiamo parlando di alimenti che devono essere cucinati a lungo per poter diventare commestibili, quindi inadatti all’uomo.

VALORE BIOLOGICO

Il valore biologico dei legumi è decisamente inferiore a quello delle proteine di origine animale. Per esempio, è circa un terzo delle proteine di un uovo: le proteine dei legumi sono povere di metionina e cisteina, due aminoacidi essenziali che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare. Inoltre, se da un lato sono proteine meno digeribili, dall’altro circa un terzo resta intrappolato nella fibra e non è disponibile.

RAPPORTO CARBOIDRATI-PROTEINE

Infine, il rapporto carboidrati-proteine dei legumi è assolutamente svantaggioso: per ogni proteina assumiamo il doppio, se non il triplo dei carboidrati. Tanti vegetariani usano molta soia per ricavare proteine, ma i fagioli di soia aumentano il fabbisogno di retinolo A e vitamina D, importanti vitamine liposolubili che si trovano solo in alimenti di origine animale.

GLI ANTINUTRIENTI

I legumi sono ricchi di antinutrienti che ne ostacolano la digestione. L’assunzione costante dei legumi, così come di latticini e cereali, che non appartiene ad una alimentazione di tipo paleolitico si manifesta nel nostro organismo sul medio-lungo periodo.

Tra le sostanze nocive contenute nei legumi sono da menzionare prima di tutto i fitati… lasciar germogliare i legumi ne abbassa solo un po’ la concentrazione. Queste sostanze impediscono l’assorbimento dei minerali, per cui l’organismo ne assimila appena un quinto di quelli disponibili…

Chi mangia troppi legumi va incontro a pericolose carenze di ferro, zinco, calcio, magnesio.

L’antitripsina inibisce l’azione della tripsina, che è un enzima necessario a digerire le proteine.

Le ascorbasi, che troviamo nei fagiolini, legumi freschi, distruggono l’acido ascorbico (vitamina c). Nei fagioli è stata individuata un’anti-vitamina E.

Le emoagglutinine inibiscono una gran quantità di enzimi che ci permettono di digerire le proteine e fortunatamente vengono distrutte dal calore.

Lectine saponine rappresentano una difesa della pianta contro i parassiti. Esse provocano nell’uomo meteorismo schiumoso, riescono a superare la barriera intestinale, immettersi nel sangue, dove sono in grado di rompere la membrana cellulare dei globuli rossi.

In alcuni legumi (ceci, fave, il fagiolo di Lima) determinate sostanze tossiche inibiscono la formazione di ATP (adenosina trifosfato) che ci fornisce energia per tutti i processi del nostro organismo.

Le arachidi possono reagire con l’Aspergillus flavus, una muffa che cresce sulla superficie dei legumi, dando il via alla formazione di aflatossine, sostanze tossiche considerate oggi il più potente e conosciuto cancerogeno.

Le lectine sono un mix di proteine e carboidrati che possono legarsi a quasi tutti i tessuti del nostro corpo e ne causano la distruzione. Le lectine aumentano la permeabilità intestinale cosicchè proteine del cibo solo parzialmente digerite e resti di batteri intestinali si riversano nel sangue. Normalmente il sistema immunitario riesce a far piazza pulita di questi invasori ma le lectine e le saponine contenute nei legumi ne facilitano, purtroppo, la penetrazione nell’intestino.

Concludo con le parole di Robb Wolf, biochimico di fama mondiale:

Tutto ciò che danneggia il tessuto dell’intestino (comprese le infezioni batteriche, virali e parassitarie, così come l’alcol, i cereali, i legumi e i latticini) può predisporvi all’autoimmunità, a svariate intolleranze a sostanze chimiche, e ad allergie ad alimenti normalmente benigni”

Fonte: corrieresalentino.it

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Natural Bodybuilding, Testosterone e…Donne! » Davide Cabras

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Davide Cabras Personal Trainer Evolutivo

NATURAL BODYBUILDING E TESTOSTERONE

Spesso e volentieri nel mondo del fitness si discute di ormoni atti alla stimolazione ed incremento della massa muscolare, tra questi il più gettonato è il TESTOSTERONE.

Il problema che affligge tutti gli atleti di  Natural Bodybuilding è uno solo: COME FARE PER INNALZARLO SENZA AUSILIO DI SOSTANZE DOPANTI?

I livelli di testosterone possono essere influenzati dalla manipolazione dello stile di vita nutrizionale: uno studio di Hamalainen et alii (1) ha evidenziato che negli uomini un basso introito nella dieta di acidi grassi riduce la concentrazione nel plasma di androstenedione, testosterone totale e testosterone libero.

Un vecchio studio (2) ha dimostrato che con l’allenamento contro resistenza, se la sessione è relativamente breve, non più di 30-60 minuti (vedi metodo BIIO SYSTEM), le concentrazioni di testosterone nel plasma tendono ad aumentare, ma se l’allenamento contro resistenza è troppo intenso, ripetitivo e prolungato (3) tali livelli nel plasma si riducono.

Uno studio di Falkel et alii (4) ha misurato il tempo occorso per gli adattamenti ormonali dell’apparato muscolo scheletrico nell’allenamento con carichi pesanti in uomini e donne. E’ stato evidenziato un aumento della forza massimale dinamica assoluta e relativa dopo 4 settimane, e negli uomini, una diminuzione del cortisolo dopo 6 settimane.

Un altro studio (5) ha indagato l’influenza dei nutrienti sulle concentrazioni basali e su quelle indotte dall’attività fisica, di testosterone e cortisolo, su 12 uomini. Sono stati sottoposti ad un esercizio di distensione su panca (5 serie all’incapacità usando un carico massimo pari a circa 8 reps) e salti di elevazione con bilanciere ( 5 serie da 10 reps con il 30% di 1 RM) con 2 minuti di riposo fra ogni serie. Fu prelevato un campione ematico prima delle serie e 5 minuti dopo, evidenziando un aumento significativo del testosterone sia per la panca (+ 7,4%) che per lo squat (15-21%).

Lo studio notò delle correlazioni tra questi aumenti e l’apporto di proteine e grassi animali, più alte rispetto agli aumenti di tale ormone dovuti al solo allenamento.

Molti/e di voi si chiederanno:

Per le donne, l’approccio in palestra per una spinta ormonale degna di nota, dev’essere uguale o simile a quello maschile?

Da poco più di un anno a questa parte ho dediciso di dedicarmi alle preparazioni atletiche al femminile, raggiungendo dei risultati molto apprezzabili. Voglio condividere assieme a voi, la mia concezione di workout al femminile e come stimolare al meglio (a livello muscolare) una donna.

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Dal punto di vista fisico , non esistono particolari differenze tra uomo e donna. Anatomia e biomeccanica pressoché sono identiche. I metabolismi energetici vedono (però) nella donna una più propensa utilizzazione dei substrati lipidici. Infatti, geneticamente, le donne possiedono meno massa muscolare e più tessuto adiposo rispetto all’uomo. Il tutto è dato da una ridotta produzione di testosterone che limita la capacità di coinvolgere il sistema neuro-muscolare, con una evidente minore espressione di forza. Ciò si manifesta di più nella parte superiore del corpo, ma è meno evidente nella parte inferiore.

Come detto all’inizio, per stimolare al meglio il TESTOSTERONE è necessario ricorrere al LAVORI ALATTACIDI (poche ripetizioni a carichi importanti).

Anche per la donna vale lo stesso (non fatevi fregare con la storiella che la donna deve fare i circuiti per rassodare ed altre fesserie da rivista mainstream) . L’esercizio dev’essere portato sempre a saturazione muscolare puntando un obiettivo “vincente”: l’esaurimento dei fosfati (grassi) per l’iperplasia (aumento del numero di fibre satellite nel muscolo).

Il ciò necessita esercizi base che danno la possibilità all’organismo di affrontare sovraccarichi degni di nota, per reclutamento di nuove fibre. Squat, Stacco da terra , Panca orizzontale e military press, ancora una volta si rivelano i protagonisti per un fisico da urlo. Non vanno mai dimenticati in una routine per corpi statuari!

Metodo BIIO System e H-po System vincono la battaglia per accaparrarsi fisici da statua greca.

Fatti, non parole!

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RIFERIMENTI SCIENTIFICI:
1) Diet and serum sex hormones in healthy men,1984
2) Fahey TD, Rolph R et alii, Serum testosterone, body composition and strength of young adults. Med Sci Sports 1976
3) (Hakkinen K, Pakarinen A, et alii, Daily hormonal and neuromuscular response to intensive strength training in 1 week. Int J Sports Med 1985)
4) Falkel JE, Hagerman FC, et alii. Skeletal muscle adaptations during early phase of heavy-resistance training in men and women. J Appl Physiol 1994.
5) Volek JS, Kraemer WJ et alii, Testosterone and cortisol in relationship to dietary nutrients and resistance exercise, 1997)

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Paleo Diet o alimentazione secondo Natura? » Alessio D. Vilardi

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Alessio “Alexiules” Vilardi Personal Trainer BIIO System

Diciamoci la verità: quando il suffisso “diet” o “dieta” viene posizionato lì, dopo una qualsiasi altra parola, è facile storcere il naso. Siamo stati abituati nel corso degli ultimi decenni ad un marketing esasperato riguardante il dimagrimento, passando da diete dal nome fantasioso a quelle che riportano il nome dei loro inventori per poi arrivare ai famigerati “sostituti del pasto” che altro non fanno che diseducarci completamente alla corretta alimentazione.

Ma quale sarebbe appunto la via più giusta, in termini genetici e non solo, da approcciare per portare il nostro stato di salute (e di performance sportiva) verso l’ottimale?

Senz’ombra di dubbi la “Paleo Diet” che assume per errore il suffisso “dieta”, mettendola così nel mezzo del calderone insieme a tutte le altre tipologie di approcci alimentari. Quando tu chiami questa alimentazione “dieta”, non fai altro che metterla a paragone con le altre, sullo stesso livello, dandoti la possibilità di scegliere quella che più si avvicina alle tue credenze o che ti permette di restare nella tua comfort zone.

Troppo facile fare una “Pizza Diet”, dire che fa perdere peso perché ci calcolo le calorie per avere un deficit giornaliero/settimanale/mensile, per poi perdere effettivamente peso, ma peggiorando quasi certamente fin da subito tutta la composizione corporea, rendendola inidonea ad essere utilizzata a lungo termine.

Cosa può rendere “sostenibile” una dieta? La risposta viene dal passato.
Sappiamo che l’apporto proteico è fondamentale per non incorrere in problemi gravi come la sarcopenia e l’atrofia muscolare e possiamo tranquillamente raggiungere quote elevate (2/3gr per kg di peso corporeo) in caso di atleti di potenza e/o di endurance, i quali hanno un fabbisogno maggiore di aminoacidi per la riparazione muscolare e, udite udite, per il ripristino del glicogeno, ovvero le riserve di zuccheri presenti naturalmente nel fegato e nei muscoli.

Gli alimenti naturalmente ricchi di TUTTO lo spettro aminoacidico, sono le uova, le carni rosse, e carni bianche, dunque pollame, pesce,… Nulla di nuovo sotto al sole.
L’apporto dei grassi invece? Errore comune è demonizzarli, poiché sono fondamentali per l’assimilazione delle vitamine liposolubili (A, D, K in primis), permettono il turnover dei rivestimenti delle celllule del sistema nervoso, oltre che essere presenti in tutte le membrane fosfolipidiche cellulari. Nell’alimentazione paleolitica, questi erano presenti ben oltre il 40% del totale calorico giornaliero ma non presentavano le caratteristiche di molti grassi ingeriti negli ultimi secoli: non c’erano i grassi trans, tipici della margarina, della pasticceria e dei cibi confezionati, e si mangiavano molti grassi monoinsaturi (frutta secca) oltre che i saturi presenti in carni rosse e uova.

Il problema della alimentazione occidentale odierna è che il rapporto tra acidi grassi omega-6 e omega-3 è sproporzionata sul 10:1 o anche più, mentre il loro rapporto dovrebbe essere 1:1, 1:3.

I carboidrati? Per l’italiano medio, carboidrati fa rima con cereali, ed effettivamente la maggior parte delle persone che hanno malattie autoimmuni (collegate con l’utilizzo dei cereali, oltre che legumi e latticini) e che soffrono di forte sovrappeso, se non di obesità, ne fanno largo uso. Non ne usciranno mai fuori, possono anche rischiare di morire ma non gli puoi togliere il piattone di pasta con la “famigliare di peroni ghiacciata” a tavola, giusto per citare il compianto ragionier Ugo Fantozzi, emblema dell’italiano moderno: poco attivo, in sovrappeso, preda di vampate di calore e bisognoso di intrugli stimolanti per andare a letto con l’ormai anziana Signorina Silvani.

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Il secondo tragico Fantozzi, Luciano Salce 1976

Vi dirò un segreto, ma tenetevelo stretto stretto: FRUTTA, VERDURA e alcuni TUBERI, sono carboidrati, 1000 volte più salubri dei tanto decantati cereali, integrali compresi. Ecco alcune considerazioni:

  1. Frutta e verdura sono ricchi di micronutrienti, tra cui gli antiossidanti, polifenoli e fibre (che permettono di combattere le malattie cardiache, cancro e osteoporosi
  2. Le fibre presenti nella frutta sono circa il doppio di quelle presente nei cereali integrali, mentre i tuberi amidacei concessi, vedi patate dolci e varianti, ne hanno fino a 8 volte di più della pasta o del pane integrale
  3. I cereali contengono lectine e saponine e gliadina, potenti antinutrienti che causano la “leaky gut” ovvero permeabilità intestinale, la quale comporta in persone predisposte, oltre 30 malattie autoimmuni diverse (artrite reumatoide, lupus, morbo di Crohn, Schizofrenia, tiroidite di Hashimoto, Psoriasi, Asma, Gastrite, Nefropatie, Epatite autoimmune, diabete di tipo I, Autismo, …), contenuti anche nei legumi, ricchi anche di inibitori delle proteasi che impediscono il corretto assorbimento degli aminoacidi (altro che pasta e ceci = bistecca dei poveri!). Consideriamo anche l’acido fitico presente nei legumi, i quali chelano la stragrande maggioranza di minerali, come magnesio, zinco, potassio,.. fondamentali per le funzioni dell’organismo, e soprattutto negli sportivi.
  4. I latticini sono ottimi al gusto ma quanto pessimi in termini di nutrienti e di salubrità: il cartone del latte di cui vi nutrite a colazione è forse più nutriente della bevanda bianca che contiene. Infatti i diversi processi di pastorizzazione a cui è sottoposto, azzerano tutti i nutrienti e micronutrienti presenti, rendendola una bevanda indigeribile per chi ha bassa lattasi (quasi tutti), oltre che pericolosa in termini di malattie autoimmuni (la butirofilina è una proteina dichiarata fondamentale per l’attivazione dei meccanismi che portano alla sclerosi multipla, oltre che sono tante le evidenze scientifiche che correlano il consumo di latte bovino, oltre lo svezzamento naturale, con la comparsa del diabete giovanile). I prodotti caseari e il latte in particolare, sono legati alla comparsa di malattie cardiovascolari. Infatti alzano il rapporto calcio-magnesio da 2:1 a 5:1, causando una liberazione di calcio che va ad intaccare le arterie, oltre che l’enzima xantina ossidasi presente nella bevanda, va ad attaccare i vasi linfatici e sanguigni, causando aterosclerosi. Metti pure che i formaggi sono alimenti acidificanti e causano una perdita di calcio per basificare il sistema.
    Altro che latte = più calcio nelle ossa! Queste solo per dirne alcune.

Generalmente, l’italiota medio direbbe: “e cosa mi rimane da mangiare?
La risposta potrebbe essere: “dipende dalla quantità e la qualità della vita che vuoi avere”

Fare l’associazione “cereali=carboidrati” è la più grande fesseria che si possa fare: ci sono migliaia di varietà di frutta e verdure oltre che parecchi amidi concessi, come castagne, platano e patate dolci, tutti appartenenti alla categoria dei carboidrati.

Bisogna solo stare attenti al carico e indice glicemico, in base alle attività svolte durante la giornata, ma comunque tutti i cereali, compreso il riso, hanno carico glicemico oltre il 20, mentre la frutta si attesta intorno al 10, se non meno.

“Ma il Glicogeno muscolare puoi riempirlo solo con gli amidi dei cereali!”

Considerando che arrivati nella fase finale della digestione, un polisaccaride viene sempre diviso nei monosaccaridi, glucosio e fruttosio, il corpo non sa da quale fonte sono arrivati e vi assicuro che è possibile ricaricare tutto il glicogeno (massimo 300gr nei muscoli) dalle sole fonti vegetali, oltre che dagli amidi concessi citati sopra, senza dimenticare che anche le proteine in eccesso possono diventare fonte glucogenetica, anche per il ripristino delle scorte muscolari.

Sportivi che praticano attività di potenza, come gli sprinters i saltatori e i powerlifter, possono tranquillamente affrontare una paleo diet, con quantità di carboidrati non elevate, visto che il loro allenamento e la loro discipilina saranno prevalentemente alattacide, dunque con consumo limitato di glucosio. Verranno comunque innalzati nel periodo competitivo poiché il meccanismo lattacido e aerobico possono essere da supporto o determinanti in alcune discipline, vedi i 100/200 metristi.

Negli atleti praticanti endurance, si può facilmente raggiungere quote elevate di carboidrati praticando una PaleoZona (40-30-30 con alimenti paleo), se si vuole “lavorare” con i carboidrati, anche se resta sostenibile e allettabile anche una high fat in ottica fondo e maratona.

Fate un salto sul profilo del 60enne Geppy Ribaudo P.T. palermitano che arriva anche a sfondare i 500gr di CHOS al giorno, sempre restando in ottica paleo diet. Fisico da fare invidia anche tra i 20enni.

Geppy Ribaudo

Geppy Ribaudo Personal Trainer Master BIIO System – EVO Diet

Cereali, latticini e legumi sono cibi utilizzati solo a partire dal neolitico, 10/15 mila anni fa e il nostro corpo non è ancora settato per poterne assimilare i nutrienti, senza alcuna controindicazione, figuriamoci i junk food a cui ci stiamo abituando da appena mezzo secolo.

L’unica via che vi rimane è l’informazione, quella libera. A voi la scelta.

Libri consigliati:
A. Romano (2013). La Paleo Zona, Rizzoli editore
A. Rossiello, A. Angelastri (2019). Il nuovo vivere secondo natura, etabeta
A. Rossiello, A. Angelastri (2019). Insonnia, il male del nuovo secolo, etabeta
G. Cianti (2005). Allenati e alimentati con i cicli naturali, Editrice Elika
L. Cordain (2016). Paleo diet for Athletes
R. Wolf (2012). La Paleo dieta, Sonzogno editore